giovedì, dicembre 20, 2007

Julian Schnabel



In questo dicembre sono depresso e le vacanze di Natale mi spaventano. Vorrei ricevere un quadro di Schnabel in regalo, uno di quelli degli anni Ottanta, con attaccati sopra i piatti spezzati, che mi ricorda la mia giovinezza e le mie illusioni...

venerdì, dicembre 07, 2007

Da dove



Da dove ripartire per trovare una convinzione a proseguire nel viaggio ? Forse un giardino dove i fiori crescono liberi sarebbe il luogo migliore per me in questi giorni.

mercoledì, novembre 28, 2007

Paola Maccaferri Loria

Paola Maccaferri Loria
8.2.1922 - 26.11.2007

Mamma aveva un temperamento ottimista e gioioso. La vita le piaceva. Le persone le piacevano. Si divertiva a parlare con gli altri.
Amava ridere e cucinare.
Temeva la solitudine più di ogni altra cosa, le amicizie per lei erano fondamentali.
Era interessata alle persone molto più che alle cose. Gli affetti della famiglia e degli amici a lei sembravano tanto più importanti di ogni oggetto che potesse possedere.
Ha mostrato a me e a Roberto che vale la pena di vivere partecipando in prima persona, inseguendo con forza le proprie passioni.
Vi ringrazio tanto di essere qui oggi: sono sicuro che ancora una volta, in questa occasione, la vostra presenza ha regalato a mia madre una preziosa compagnia.

venerdì, novembre 16, 2007

Ritorno 2



Sono tornato ancora una volta ! Ma con una disposizione d'animo differente da quella che avevo prima. E' una situazione delicata. Sono molto teso e notturno. In attesa di tempi migliori.

mercoledì, ottobre 24, 2007

Luciano Fabro


«Premesso che la situazione attuale sconforta per la riduzione dell'opera a gadget / Che si stanno copiando i vetrinisti che ci copiavano / Che si teme una parola sensata sull'arte / Che il giudizio si prostra al consenso / Che la stima si prostra alle aste / Visto che si fugge dall'Opera / Perché si teme di restarvici soli / Visto che l'inconsistenza mentale fa dilagare la dimensione materiale dell'opera / Visto che non sono per niente stanco di ribadire quanto illuminò un'epoca analoga / Comincerò col ridare ad ogni Opera lo spazio che ebbe / Comincerò col trasformare ogni spettatore in esponente dell'opera stessa / Ricomincerò!» (Luciano Fabro, 2007).

lunedì, ottobre 22, 2007

la radio fu muta



la radio fu muta
la siepe cessò di tagliare
quella indesiderata
porzione di infinito
brucia
teorie critiche non vedono
i dislivelli
scudo di tenerezza
come desidera lo sventurato
nuotando
nello stagno di cenere

venerdì, ottobre 19, 2007

Il Ritorno



Sono stato lontano dal blog lontano da voi e vi sarete chiesti dove sono stato. In nessun posto veramente che io possa raccontare senza rischiare di tornarci per sempre. Assorbito in un dettaglio del Tempo, catturato dall'appiccicosa Realtà. Vedete che sono costretto ad usare le lettere maiuscole per segnare il mio Ritorno. E' un buon segno ? Oppure è la dimostrazione di una Crisi che mi sovrasta mi strangola mi paralizza mi toglie anche la minima facoltà di immaginare una vita migliore ?
Anche quando ho salutato Ariel che si allontanava da questa vecchia immobile città in cui sono prigioniero, anche guardando il profilo dei tetti che tagliavano l'azzurro sempre più scuro del cielo, anche sveglio nel letto, pronto a cogliere la prima luce dell'alba, in tutte le recenti prove di vita evidente, lo stesso ho continuato a dubitare di un possibile Ritorno. Eccomi qua.

mercoledì, settembre 19, 2007

Una giornata normale

Mi sono svegliato di mattina molto presto, dopo un brutto sogno in cui abitavo una landa desolata post-disastro, ero l'ultimo uomo in una terra abbandonata, inquinata e pericolosa. sapevo di essere esposto a terribili rischi. Uno scenario psichico a metà fra Final Fantasy e The Road di Cormac Mc Carthy. Ho zampettato fino alla fermata dell'autobus che è arrivato pieno di studenti giovanissimi con gli zainetti giganti caricati sulle spalle che occupavano tutto lo spazio vitale. Sono arrivato al posto di lavoro in orario.
Prima di entrare in classe sono stato colto da una vena di malinconia pensando che vivo ancora in Italia, nel massimo del casino possibile, ma c'è sempre una possibilità di vedere aumentare il casino italico nei prossimi anni. Mentre i miei studenti facevano l'esame scritto finale mi sono letto un supplemento Alias del Manifesto speciale, dedicato agli Stati Uniti esaminati da punti di vista contraddittori e interessanti.
La correzione dell'esame degli studenti è stata faticosa e mi ha preso parecchio tempo del pomeriggio. Tornato a casa ho continuato a dipingere due quadri sui quali sto lavorando in questi giorni. Mi sono arrivati per corriere espresso quattro cd che avevo comprato in un sito di musica tre settimane fa : Bruce Cockburn, John Martyn, Marc Ribot, Leo Kottke. Musiche fantastiche, mi hanno rimesso di buon umore, hanno allontanato la sensazione che il senso della mia vita sia alquanto simile ad una stanza distrutta. Serata davanti alla tv: si parla della crisi dei partiti politici in Italia. Insomma, una giornata normale, simile a tante altre.

martedì, settembre 11, 2007

Joe Zawinul


Joe Zawinul è morto oggi. E' stato un genio della musica. L'ho sempre sentito vicino, perchè le sue idee mi hanno regalato attraverso gli anni potenti dosi di felicità. Amerò sempre il gruppo da lui creato e portato a fama planetaria: Weather Report.
R.I.P.

domenica, settembre 09, 2007

notizie da Firenze


notizie da Firenze
piccole donne crescono
nelle loro casette di notte
il telefono squilla
ai miei amici hanno offerto
pozioni di latte e crusca
li hanno trasformati
in rospi e colombi

martedì, agosto 28, 2007

Arcade Fire



Oggi pomeriggio, improvvisamente graziato da un superlavoro di fine agosto che mi attanaglia, mi sono chiuso in camera, disteso sul letto, al buio, mi sono messo ad ascoltare musica degli Arcade Fire.
Detto così suona un po' adolescenziale, lo ammetto.
Ma se conoscete questo gruppo fantastico, sapete cosa intendo. Un concerto meraviglioso. Così la mia voglia di abbandonare l' Italia per trasferirmi in Canada è rinata, germogliata sopra le canzoni. Sarà stata la consapevolezza del tempo che passa e brucia la materia della mia ricerca, vanifica gli sforzi, ricopre di polvere anche le ambizioni più fresche. Sarà stato il desiderio di rivedere Ariel. La conclusione resta quella :fuggirò. Prima o poi. In Canada o sulla luna.

mercoledì, agosto 15, 2007

ferragosto



la calda notte estiva
rende il maschio assassino
ci liberiamo dallo stress
uccidendo la fidanzata
chi ne è sprovvisto
rintraccia l'ex-fidanzata
la strangola le spacca
la testa con un bel sasso
appuntito poi getta
il corpo nel fiume o in mare
e può tornare rasserenato
ad accendere il ventilatore
per difendersi dall'afa

giovedì, agosto 09, 2007

Il premio



Cara Ariel, cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo ?
Non siamo migliori di tanti altri che hanno fallito prima di noi. Abbiamo avuto soprattutto il vantaggio di possedere una carica maggiore di ingenuità. Non ci siamo tirati indietro al momento di scegliere in quale cielo tuffarci e quali musiche ascoltare. Non siamo stati timorosi di gettarci a tuffo nel vuoto del desiderio a costo di perderci, di annullarci. Abbiamo rischiato grosso ma la sorte ci ha voluto aiutare. Il premio è svegliarsi sul lago, abbracciarsi sotto gli alberi, dirsi quale follia è stata quella di cercare un riparo sicuro qui, lontano da tutti. La nostra solitudine è il premio. La luce che filtra attraverso i rami ci basta e ci regala tutto il calore di cui abbiamo bisogno durante il giorno. La notte ci passiamo tenerezze finalmente purissime.

parte prima



parte prima
si complica
e si compie un tentativo
di comunicazione
piove e non piove
tuona l'idillio
la riconquista del capitalismo
c'è capovolgimento
marx stesso ne è soddisfatto

giovedì, agosto 02, 2007

allo splendore confinato



allo splendore confinato
non per scherzo
spingevo troppo a fondo
la vista
trionfavi in alta definizione
fantasma della carne

lunedì, luglio 30, 2007

Vintage jeans



Cara Ariel, mi hai stregato con i tuoi jeans dipinti a mano !
Sei apparsa la mattina con quel fantastico paio di pantaloni tutti decorati con le foglie di edera e la Via Lattea in movimento: mi sono sentito più giovane di una ventina di anni, nuovamente pronto ad accettare ogni novità che un'esistenza in fresco dispiegamento saprà offrirmi. Dentro quei jeans logorati, strappati, liberi, scorre la promessa di eventi migliori, la musica degli anni resa dolce. Senza sofferenza, io ci ho visto la forma delle cose che saranno, l'anticipazione delle gioie ancora ignote. Hai acceso un circolo di energia che mescola i sogni e le illusioni del passato alle aspettative del futuro, un cortocircuito felice che mi emoziona. Ti devo ringraziare ancora una volta per la tua capacità di stupirmi.

sabato, luglio 28, 2007

Flusso



Contro ogni volontà e per frutto del puro caso quando ho pensato di riposarmi di distendermi di trovare una quiete magari anche eterna è invece arrivata l'idea che mi ha svegliato l'intuizione la scoperta un fatto po' strano come un fenomeno del quale avevo bisogno l'arrivo di un flusso dal quale posso farmi travolgere oppure tento di utilizzarlo senza sapere da dove viene e perchè sopraggiunge dentro una situazione di disperazione quando l'orizzonte appare piatto senza sogni in procinto di realizzarsi ed anzi tutte le aspirazioni mi sembrano diventate un fondale di cartone un trucco una presa di giro dolorosa ecco proprio mentre penso queste oppressive cose il flusso si accende e in un attimo la fiamma divampa nel buio ed io sono salvo.

martedì, luglio 24, 2007

Cara Ariel



Cara Ariel, ovunque vai ti porti dietro l'elettricità di un progetto pazzesco che ti sei inventata durante la notte (e mi domando quando avrai avuto questa nuova idea, perchè so bene che le tue notti sono già parecchio occupate). In ogni luogo ti porti dietro la leggerezza di una ragazzina meravigliata della infinità delle connessioni possibili: mondi, parole, case, avventure. Quando apri il palmo delle mani sai spalancare universi interi attraversati come in una mattina estiva ancora fresca, prima che il sole esploda a disseccare l'aria e la luce trionfi sopra ogni altra sensazione. Nella camera dove hai dormito resta sempre una vibrazione di grazia che riesco a percepire benissimo, una musica silenziosa sale alta fino alle nuvole. Ho detto troppo ?

domenica, luglio 22, 2007

Città dall'alto

Ti ho portato qui Ariel, perché dall’alto di questo giardino possiamo gettare uno sguardo su tutta la città. Sembra di riuscire a toccare le tegole dei tetti degli antichi palazzi.

E’ vero. E’ un colpo d’occhio straordinario. Sarà per la luce estiva così brillante, tutto è così netto che mi sembra di avvertire il cuore intimo della città.

Sì, ma quello segreto, non il cuore pugnalato dalla disattenzione e dal rumore. Qui si vede la bellezza pura ad una frequenza che i turisti non possono percepire.

E poi guardati intorno: questo giardino è deserto. E’ lo splendore delle domeniche di luglio.

Hai ragione Ariel: la città intera – con tutto il suo carico di vite - pare saltare dentro i nostri occhi. Ma qui siamo soli. E’ una meraviglia quasi dolorosa.

Non vorrei mai scendere da questo punto alto che domina tutto il palcoscenico della mia vita quotidiana, là, in quelle strade, in quelle piazze, mi sono giocato l’esistenza. Resterei in eterno a contemplare i pezzi del mosaico. Forse così troverei la soluzione.

E’ la magia della distanza, fa sembrare tutto più facile.

Forse adesso dobbiamo scendere. Non voglio affezionarmi troppo a queste altezze a cui non potrò tornare facilmente.

giovedì, luglio 19, 2007

stanze deserte della casa



stanze deserte della casa
frontiere di stanchezza
mi accolgono
dove nostalgia
giunge e scolora
su questi pavimenti lucidi
scivolo come avessi
suole di cera fusa

domenica, luglio 15, 2007

fast-food panoramico



fast-food panoramico
squadra un cortile
per base ha un fiume
con ponte familiare
ho chiuso gli occhi
spiegavo pro e contro
ho provato ad essere lei
bibita e orsacchiotto di pezza

giovedì, luglio 12, 2007

segui l'edera



segui l'edera
le potature
le rinascenti foglioline
rampicanti
scalatori di case
planisfero in giardino
rinfrescato dal vento
protezione del vivente

martedì, luglio 10, 2007

nel particolare del particolare



nel particolare del particolare
nel minimo ritaglio
amplificato c'è lo stemma
di un prodigio
la sfera di cristallo
è solcata da rivoli d'acqua
in trasparenza appare
il diadema di brillanti
l'abitino di velluto nero
la figura attira
e scarica energia
i tuoi dentini di scimmia
subiscono repentini
cambiamenti di voltaggio
se il chiaroscuro non vi inganna
riconoscerete la firma
che allegerisce il mio peso

lunedì, luglio 09, 2007

Il meglio di te



Mi domando se c’è qualcuno che in questo momento prende il meglio di te.
In realtà non vorrei saperlo. Ma brucia la distanza, bruciano le immagini viventi solo nel migliore dei mondi possibili.
Inutile pentirsi degli errori che adesso risplendono e illuminano la mia stanza, mi accecano di una luce che non riesco a sopportare.
C’è qualcuno che prende il meglio di te ?
Mi sento così stupido.
La tenerezza fatta a pezzi e ricomposta come un ornamento del buio mi raggiunge e mi consola. Non so quanto a lungo potrò accettare la rabbia di vedere moltiplicarsi le barriere tra noi e le nostre più intime vere aspirazioni, così necessarie per continuare a respirare.
Ho un’altra confessione da fare.
Non sono uno sciocco. Sono un pazzo.
Stanotte continuo a chiedermi : c’è qualcuno che prende il meglio di te?

domenica, luglio 08, 2007

Blue room


Blue room
Inserito originariamente da oldboys_ue
Anche senza i mobili la stanza blu manteneva in qualche modo le tracce di Ariel.
In un certo senso la mancanza degli oggetti funzionava ancora meglio. I confini essenziali della camera - pareti, finestra, pavimento, soffitto - addirittura riuscivano a conservare una maggiore impronta della sua presenza.
Lo spazio della camera era stato vasto come un intero continente per noi. Avevamo viaggiato senza muoverci da quella stanza, ci eravamo persi lì dentro, avevamo ritrovato le motivazioni per continuare ad andare avanti nel viaggio. Era stata una prigione e un paradiso. Lasciare quel posto mi addolorava. Forse l'idea di buttare un ultimo sguardo dentro quel nostro regno passato non era stata felice.
Dovevo andarmene subito.

mercoledì, luglio 04, 2007

se altri sono con te



se altri sono con te
spero siano diversi
sorridenti a letto sfatto
portando nessun racconto
nessuna tenerezza

dimenticai l'uomo lupo

dimenticai l'uomo lupo
giurai folgorato
di esistere al grado angelico
fedele al moto degli astri
che pesa e governa
dal basso le radici

lunedì, luglio 02, 2007

Se fossi giovane



La bellezza alterata di una giovane donna in copertina. Il viso nascosto da una veletta cosparsa di brillantini. Nella piega della pagina, guardando sotto la camicetta traforata scopro che è stata operata per asportare un tumore al seno: vedo il segno semicircolare della cicatrice, una ferita rosso scuro in dissolvenza, vaporizzata.
Le nuvole fotografate dall’oblò dell’aereo.
L’indice dei contenuti della rivista è impostato come una prova di abilità enigmistica, con illustrazioni che dobbiamo completare a matita. Distribuzione, nomi dei collaboratori, calendario degli eventi, pubblicità, tutto in caratteri verticali simpatici da leggere.
Flacone di profumo fotografato in modo monumentale, come fosse un edificio, così incombente da sembrare una scultura neoclassica.
Volto pagina. Musicisti di un gruppo di post rock anarchico chiusi in una stanza buia dove provano a tirare i suoni sempre più filtrati attraverso i computer. Illuminati da lampadine bianchissime incandescenti i suonatori si tramutano in magri spettri ossuti.
All’aperto, ai bordi di un campo da tennis grigio che sembra pietrificato, dentro una colossale struttura riservata ad attività sportive. Oscurità intorno. Figure avanzano sopra il terreno di gioco ricoperto da uno speciale cemento plastificato che mi pare di origine vulcanica, calpestano questa materia dura spugnosa che ho già visto nei quadri di Peter Halley.
Una adolescente – capelli lunghi fluenti sulle spalle - sta seduta a gambe incrociate sopra una panca di pietra grigia che potrebbe essere una scultura ultraminimale di Donald Judd. Indossa pantaloni neri, maglietta girocollo blu di prussia. Attende novità, annoiata dalle solite stelle appiccicate al pannello di sughero.
Foto di Charles Bukowski vecchio (alla fine, diventato scrittore di successo mondiale) a torso nudo, in mutande, in una camera, davanti ad una parete decorata con una pittura murale stile Sol Lewitt, con sezioni di vari colori disposte come fette di una torta. In canottiera bianca, barbuto e serio, appoggiato allo stipite di una porta bianca immacolata. In un'altra immagine cammina all’esterno, lo sfondo è una strada costiera segnata da una sfilata di rigogliose palme, ha l’aspetto di un orco soddisfatto del bottino catturato. Poi è nudo seduto sopra il letto, imbolsito, non mostra la faccia all’obbiettivo, emana una certa malinconia, accasciato senza soluzione dentro la sua villetta. Stravaccato in poltrona, in mano tiene salda una lattina di birra, sembra che non si lavi da diverso tempo. Sorridente, tutto ripulito e ravviato, vestito in modo raffinato, seduto al tavolo di un signorile fast food. Sta mangiando patatine giallissime mescolate ad una materia simile a pollo fritto, nell’enorme bicchierone di carta immagino ci sia della birra.
All’interno di una galleria di arte contemporanea. Un giovane in abito intero scuro, camicia bianca. Guarda pensoso una parete ricoperta con fotografie a colori di medie dimensioni, ognuna sotto vetro ed incorniciata. Pieghe della pelle umana ingrandite.
Periferia. Un profilo oppressivo di case popolari riprese dal basso. Nella parte inferiore di queste costruzioni ci sono massicci interventi di artisti di strada, graffiti con ritratti di personaggi che si tengono per mano, o forse si picchiano selvaggiamente, non risulta chiaro (anche guardando con attenzione). Cielo bianco. L’ intonaco dei muri esterni, scrostato, trasmette l’idea di trasformazioni senza risarcimento. Povertà, molta trascuratezza del destino.
Festa di lusso. Sono presenti attori famosi e cantanti alla moda. La bellissima modella è vestita con una camicetta bianca a pallini. Altri elegantoni sono venuti al party in pigiama, con il maglione verde della mamma contestatrice negli anni Settanta, o in tenuta punk con sfumature country che aggiungono un tocco sbarazzino.
Il concetto di bellezza dovrebbe essere riconsiderato, fatto a pezzi, rimontato in forme meno usuali.
Una specie di centrale ad energia solare dominata da una gigantesca sfera di fuoco.
Lo scrittore giapponese Yukio Mishima raffigurato come un supereroe dei fumetti, come San Sebastiano trafitto dalle frecce, mentre indossa il costume ufficiale che era in uso tra i membri del suo esercito privato. Giro pagina. Il corpo a terra, decapitato con accanto la testa. Penso al suo spettacolare suicidio nel 1970.

domenica, luglio 01, 2007

scusate ragazzi



scusate ragazzi
io nel flusso delle informazioni
mi perdo e se scorgo una luce
hanno dato fuoco
all'uomo che dorme
tutte le notti
dentro la scatola di cartone

sabato, giugno 30, 2007

Magnete

Estate piena. Cielo vitreo. Forse pomeriggio. Non sono solo.
Passeggio nell’afa insieme ad una persona della mia età, non riesco a capire chi sia, ma sono assolutamente certo che si tratta di una presenza amica. Percorriamo il marciapiede che dall’alto costeggia l’Arno e guardiamo il fluire lentissimo dell’acqua.
Già in lontananza, prima di arrivare all’incrocio con il ponte che taglia il letto del fiume, scorgiamo una confusione di persone indaffarate. Compiono movimenti attenti e circospetti, agiscono con cautela.
Avanziamo incuriositi. La strada è sbarrata con lunghi nastri di plastica zebrati a strisce di colore giallo e nero che segnalano la zona del crimine. Non è concesso oltrepassare questa delimitazione, i tecnici stanno esaminando il terreno.
Inspiegabilmente ci è permesso andare avanti. Entriamo nella zona proibita come se fossimo autorizzati a partecipare alle indagini.
Alla nostra sinistra sono cresciuti alberi alti, fitti di foglie verdi, tutti dotati di chiome frondose rotondeggianti. Continuo a camminare in un'atmosfera che è divenuta rarefatta.
Immobilità dilatata.
Avverto la speciale evidenza con cui i colori ed i contorni del paesaggio bucano i miei occhi. Ogni elemento pare portato ad un livello maggiore sulla scala dell’evidenza e della visibilità. Silenzio. Non ci sono passanti. La zona è deserta.
Alzando lo sguardo verso la sommità dell’albero più vicino mi accorgo che c’è un oggetto sospeso dentro la massa delle foglie, a circa tre metri sopra la mia testa. Si tratta di un corpo umano adulto appeso per i piedi a testa in giù. Il cranio rasato. La bocca un po’ socchiusa. Nudo. Neppure una goccia di sangue. Come fosse stato disseccato da un risucchio maestoso. Ad uno sguardo più attento vedo che non è legato a nessuna corda, è incastrato a forza tra i rami, o per meglio dire sta perfettamente in sospensione tra le foglie, quasi fosse bloccato da una carica energetica in quella assurda postura.

Tarda mattinata. Salgono suoni dal basso. La strada è movimentata da suoni confusi. Filtra una smembrata luce solare attraverso le stecche delle persiane. Appena sveglio scivolo verso l’ansia dei giorni precedenti.
Ci sono rumori nella stanza adiacente. Valentina sta preparando il caffè.
Mi aggiro camminando a piedi nudi sul parquet. Assaggio la consistenza delle assi di legno scuro disposte in linee oblique.
Arrivo alle sue spalle e l’abbraccio da dietro. Affondo il viso dentro i morbidi capelli profumati. Faccio l’imitazione di un vampiro, la mordo sul collo. L’odore del caffè invade le stanze. Valentina si allontana da me per andare in cucina.
Una distanza si apre tra noi.
Ho subito nostalgia di lei.Un filamento di elettricità scintillante parte dai miei piedi e si distende sopra il pavimento dietro i suoi passi. E’ un piccolo fulmine. L’energia serpeggia sopra il legno e si allunga per riportare tra le mie braccia la figura che sta versando il liquido nero dentro le tazzine.

mercoledì, giugno 27, 2007

sono stato il ragazzo


pool of murky memories
Inserito originariamente da _alan_ (a.k.a. N201LJ)
sono stato il ragazzo
che guarda il fondo
della piscina
come fosse un oltrecielo
per il quale vale la pena
di tenere
gli occhi aperti

martedì, giugno 26, 2007

Giardino



Un luogo tranquillo. Esiste nella mente di chi non è schiavo.
In un tempo brevissimo – una velocità sperimentata nell’esperienza privata che non possiamo isolare e far brillare per tutti gli altri – il territorio è investito da un tifone. L’acqua traccia righe in pesante caduta verticale. Spesse cortine scroscianti costruiscono la decorazione per un paesaggio incupito di terreno marrone ruggine e vegetazione rigogliosa.
Seduta nella stanza al primo piano, Sara distoglie l’attenzione dalle pagine di un romanzo di Peter Handke, L’ora del vero sentire. Leggere secondo lei è un modo per acquisire sensibilità, vuole imparare a riconoscere gli elementi della sua scena intima in costante variazione. Si distrae, smette di seguire le sequenze dei caratteri tipografici che edificano un intero punto di vista sul mondo. Attraverso le grandi finestre entra il ticchettio delle gocce sopra le foglie. Stabilizza questo sfondo sonoro come base per un dialogo con se stessa.
Vorrebbe scovare una scheggia ancora salva dentro la propria interiorità.
Spera di non essere stata contagiata dal generale vento di sfiducia.
Se in passato Sara aveva desiderato avvampare, totalmente immersa nel cuore stesso degli accadimenti, in sintonia con le trasformazioni più anarchiche diffuse intorno a lei, adesso al contrario avverte forte l’impulso a prendersi una pausa, calandosi in una dimensione silenziosa di confortevole estraneità al presente.
Comprende di essere affaticata dal vuoto emozionale che impera nella tormentata materia sociale.
Rimane visibile un problema resistente ad ogni terapia: è possibile creare autentici segni della propria presenza nel mondo senza prima essersi spinti ai confini di una foresta pericolosa ?
Si pone questa domanda Sara mentre osserva il prato verde, fonte di energia ottica anche sotto il riverbero di un cielo grigio scuro animato da grandi masse di nuvole in rapido movimento dentro le correnti.
Scende le scale. Esce fuori in giardino avvolgendosi nella mantella gialla impermeabile. I capelli biondi spettinati si inzuppano dopo pochi passi. Al centro del vivo verde. Chiude gli occhi. Respira con lentezza.
Con le rigature dell’acqua che le scorrono addosso comincia a ruotare su se stessa, a braccia allargate, piccoli passi imprimono un moto regolare al suo corpo.
Trivellazione. Fora lo strato superficiale in cui prosperano radici, vermi, pietrisco sminuzzato, concime, humus. Ancora più sotto. Penetra nelle rocce calcaree. Sempre più giù. Sonnambula. Sprofondando buca gli spessori geologici, precipita nelle sedimentazioni della cronaca nazionale. Progetto di colpo di Stato nell’Italia che attende il trionfo - alquanto improbabile nella verità dei fatti - del verbo comunista. Piano fallito. Rapimento di uomo politico simbolo di un potere creduto intangibile e suo omicidio con cadavere abbandonato nel bagagliaio di un’auto rossa nel centro di Roma. Azione riuscita. Bombe che esplodono in piazze e sedi di banche, in treni e in stazioni. Corpi sventrati. Stragi. Magistrati, giornalisti, sindacalisti, agenti delle forze dell’ordine. Cancellati dentro il gigantesco frullatore. Questo mattatoio - le hanno insegnato più tardi - si riassume sotto il titolo di strategia della tensione.
Scavare un tunnel. Approdare al centro incandescente della sfera terrestre. Nuotare nel magma.
Sara spalanca gli occhi. Guarda gli alberi gocciolanti nella calma della mattina piovosa in svolgimento pigro. I tronchi sembrano brillare accostati alle forme moderniste della casa.
Rientra all’interno.
Vede suo figlio carponi sul pavimento, indaffarato a montare uno sull’altro mattoncini plastificati per costruire una città in miniatura ma completa: strade, casette colorate, il distributore di carburante, la scuola, il cinema, la fabbrica.
Sara si toglie la mantella gialla tutta bagnata. Ha i capelli scuriti dall’umidità.
Si siede sul tappeto e comincia a giocare con il bambino.

lunedì, giugno 25, 2007

Una velocità infinita



Mattina presto. Risveglio. Ariel è seduta al bordo del letto. Sono ancora assonnato ma cerco di concentrarmi per osservarla, catturato dal sollievo di vederla ancora una volta accanto a me. Entrambi siamo silenziosi e concentrati.
A cosa stava pensando Ariel in quel primo giorno di vita insieme? Sembrava assente, astratta in una dimensione delicata. Mi pareva protetta da una pellicola di natura indefinita, forse era uno spessore di dolore, ma poteva essere anche l’attesa di un mio gesto affettuoso che confermasse la solidità di quel momento.
All’inizio della nostra vita insieme è stato difficile interrompere quella ricorrente condizione di incertezza.
Ariel poteva restare immobile per ore ed ore contemplando un punto indefinito del paesaggio fuori dalla finestra.
Quando emergeva da questa trance si ritrovava in possesso di poteri che andavano al di là della mia immaginazione.
Riusciva a spostare piccoli oggetti da un punto all’altro della stanza con la semplice energia della mente. Le piaceva giocare con piccoli oggetti di uso quotidiano. Molte volte mentre stavo disegnando le mie esili architetture sopra le grandi carte ho visto all’improvviso la bianca gomma per cancellare animarsi: trascinata per l’intera lunghezza del tavolo, buttata giù a terra, e poi spostata attraverso il pavimento come se un soffio impalpabile la stesse governando. Sembrava viaggiare sopra un cuscinetto d’aria, senza il minimo attrito.
Ariel mi aveva chiesto di ospitarla per una sola notte. Invece è rimasta con me a lungo.
Con l’arrivo dell’estate un tepore amichevole si diffondeva nelle foreste intorno alla casa ed era più facile fare lunghe passeggiate. Senza preavviso si fermava di colpo, trattenuta da un ostacolo invisibile che le impediva di avanzare. Stava irrigidita a guardare una radice spuntata dal terreno, teneva la testa inclinata di lato. Il profilo del suo volto pallido creava un bel contrasto con la stoffa nera del cappuccio.
Una sera, eravamo tornati a casa dopo un pomeriggio fantastico trascorso correndo attraverso i boschi autunnali, seduta sul divano del salotto – senza neppure togliersi gli indumenti sportivi usati per la corsa- mi ha chiesto che portassi una tazza da tè vuota ed un bicchiere colmo d’acqua.
Ho appoggiato gli oggetti sopra il tavolo di legno scuro, in mezzo alle pile di riviste e giornali. Sempre tenendo il cappuccio in testa Ariel ha versato il contenuto del bicchiere dentro la tazza.
L’aria è ferma nella stanza. Io sto aspettando che accada qualcosa.
Lei è trepidante, folgorata da un flusso di velocità infinita.
L’acqua è nella tazza. Fisso il liquido trasparente. Poi distolgo lo sguardo perché preferisco non spiare il momento esatto della trasformazione. Mi dedico a studiare per qualche secondo le oscillazioni delle cime degli alberi battute dal vento.
Lei non fa niente di diverso dal solito. Sembra seguire pensieri che la portano lontano da me.
Quando riguardo la tazza mi accorgo che contiene solo dura materia gelata.
Nessuna alterazione nella temperatura della stanza. Non vedo niente di diverso dal solito.
C’è solo questo nuovo dettaglio del ghiaccio nella tazza.

mercoledì, giugno 20, 2007

Sotto il dominio degli oggetti



Ne abbiamo parlato durante un pomeriggio di metodico lavoro domestico, mentre mettevamo in ordine lunghe file di libri nel salotto centrale dell’appartamento. Ariel stava posizionando in una nuova collocazione alcuni testi di filosofia sopra uno scaffale. Era in piedi sullo scaleo e si è girata a fissarmi.
Secondo una teoria cosmologica recente l’universo potrebbe esistere da sempre e durare all’infinito, e questo significherebbe che non è mai stato creato. Secondo questa idea non esiste un creatore. Non è più necessario immaginarne l’esistenza. Esistiamo nell’universo privi di compagnia.
Di questo sono assolutamente sicuro, dissi.
Siamo sempre soli ma tentiamo di dimenticarcene in ogni maniera possibile.
Sì. Con ogni tipo di distrazioni. Accumuliamo oggetti di cui non abbiamo bisogno. Proiettiamo sulle cose le ombre delle nostre inquietudini, perché in realtà siamo ben consapevoli della nostra solitudine dentro il tempo.
Non ci rivolgiamo solo agli oggetti. Proviamo ogni giorno ad incatenare alle nostre voglie anche le prede vive che ci interessano. Sogniamo di sottomettere gli altri alle nostre voglie passeggere, ai nostri capricci che cambiano
Crediamo di salvarci in questa maniera elementare.
Siamo così ingenui.
E’ vero. Ma è anche la nostra grandezza, conclusi.
Ci pareva di trovare una consolazione. Ricercavamo una luce di scetticismo quieto e fascinoso che potesse allentare le paure che tornavano a visitarci.
In quel periodo abbiamo inaugurato un'altra avventura. Ariel guadagnava molto denaro – le campagne pubblicitarie che aveva ideato erano davvero ben retribuite – e comprava oggetti di lusso, orologi sontuosi luccicanti, occhiali da sole di marche rinomate, abiti disegnati da stilisti celebri.
Indossava per un breve periodo questi accessori di lusso che emanavano una aura di successo. In occasioni speciali - serate nelle quali ci pareva di avvicinarci a comprendere se non le segrete relazioni interne, almeno la pelle che avvolge questi oggetti – Ariel esercitando i suoi poteri mentali letteralmente liquefaceva i simboli del benessere, li riduceva a piccole pozze di metallo fuso e li rimodellava compattandoli in nuove forme.
Plasmava piccole sculture mutanti. Queste creazioni stravolte erano la risposta al dominio degli oggetti al quale tutti siamo sottoposti. E’ l’acquisto degli oggetti a determinare l’identità di milioni di esseri umani sul globo. L’essenza del vivente da moltitudini di consumatori è identificata con il possesso di attraenti feticci. Simulacri. Risplende nella notte del Mercato la comunità dei compratori.
Si scioglie il cinturino d’oro, si curvano le stanghette degli occhiali, brucia in fumo nerastro la stoffa dei pantaloni, si squaglia la suola delle scarpe sportive. Si mescolano gli ingredienti. Dalla grigia sfera gommosa emergono i dentini di metallo sfavillanti, le scaglie brunite dei tessuti vengono impastate con gli involucri plastici dei telefonini.
Per noi questi reperti – anche passati attraverso il fuoco, la dilatazione, l’incenerimento – mantenevano sempre qualcosa del primitivo splendore, una frazione di quel potere di fascinazione assoluta che possedevano quando erano prodotti nuovi appena sfornati dall’industria di massa, piazzati in vetrina per invadere le menti dei passanti.

sabato, giugno 16, 2007

Una specie di felicità

Non ci credo che ieri è successa davvero quella cosa.
Invece è tutto reale. Di colpo abbiamo perso il nostro peso. Ci siamo sollevati fino al soffitto della stanza come due astronauti, così come eravamo, in jeans e maglietta.
Sottratti al dominio della gravità, salvati dal solito teatro dei nostri pensieri.
Abbiamo varcato una soglia, Ariel. Siamo entrati in un labirinto di energia.
Devo confessare che ho avuto anche paura. Mi sono sentita buttata dentro una specie di felicità.
Un prodigio che non sarò in grado di ripetere.
Forse è meglio così. Avrei timore di prendere familiarità con questo tipo di esperienze. Troppa consapevolezza è abbacinante.
Ma non dovremo dimenticare niente di quello che abbiamo provato mentre eravamo allacciati stretti in quel volo da camera.
Ascoltami. Non potrei dimenticare questa cosa pazzesca neppure se lo volessi con tutte le mie forze.
Allora è stato un prodigio utile, Ariel.

martedì, giugno 12, 2007

Racconto d'inverno



Nell’inverno del mio scontento esasperato, dico addio all’euforia dell’ adolescenza e mi preparo a resistere in tempi difficili. La luce comincia ad affievolirsi, l’orizzonte della giornata si accorcia. L’oscurità scende sopra la foresta. E’ un processo graduale che affascina Ariel in modo profondo. Camminare attraverso boschi innevati è diventato il nostro svago preferito. Facciamo lunghe passeggiate, in luoghi del tutto diversi da quelli a cui eravamo abituati, senza strade e negozi, senza traffico in perenne movimento. Non incontriamo gli amici alla caffetteria della libreria per bere qualcosa e raccontarci gli ultimi pettegolezzi.
Siamo davvero soli dentro un paesaggio immenso disabitato.
Ci siamo inventati percorsi differenti attraverso la foresta, contrassegnando con pezzi di stoffa colorata determinati alberi che servono da punti di riferimento.
Se seguiamo le tracce dei fazzoletti rosso rubino inchiodati ai tronchi, possiamo giungere dopo circa tre ore di cammino ad una zona pianeggiante con voluminose rocce nerastre affioranti dal terreno. Ho detto ad Ariel che mi sembrano i resti di un tempio esploso. E’ un luogo ideale nel quale fermarsi a riflettere. Ci lasciamo invadere dalla bellezza del paesaggio.
Seguendo un percorso contrassegnato da ritagli di tessuto verde possiamo giungere alla superficie di un lago ghiacciato. Avanziamo sull’ampio specchio offuscato strisciando a fatica i passi. Con mosse goffe scivoliamo e cadiamo sopra la superficie durissima.
Ci inginocchiamo. Tiriamo fuori lunghi coltelli con robusti manici di legno e cominciamo a tracciare sopra il ghiaccio - venato di ombre bluastre - graffiti gioiosi. Segniamo questo pavimento traslucido con gesti accaniti, c’è la frenesia che si riserva ad un lavoro essenziale per la sopravvivenza. Facendo questo balletto sul ghiaccio entriamo in uno spazio diverso da quello strettamente geografico. Il luogo sbiadisce e diviene invisibile. Ci agitiamo, continuiamo a colpire il suolo staccando aguzzi frammenti congelati. Quanto più ci sforziamo, quanto maggiormente sembra di restare perfettamente immobili al centro di una zona astratta, un posto senza foreste e senza distese innevate. Del tutto perduti dentro l’azione. Ma siamo connessi. Collegati alle menti di altri sconosciuti – lontanissimi, inchiodati in altre parti del globo, seduti sul letto nelle loro camerette, con il viso tra le mani, schiacciati da un attacco di malinconia. Sento che adesso vorrebbero tutti stare al nostro posto. Ci invidiano. La forza del loro desiderio sarebbe capace di liquefare il lago immobilizzato sotto i nostri corpi. Meglio tornare subito a casa.

domenica, giugno 10, 2007

In partenza

Se siamo condannati senza via di scampo, se dovremo occupare i margini, allora accetteremo il peso del mondo solo a patto di poterci spingere alla ricerca di un dialogo più approfondito con le correnti magnetiche che ci hanno sconfitto. Per sfuggire – almeno in minima preziosissima parte- all’alienazione strangolante ci trasferiremo altrove.Questo abbiamo pensato io e Ariel all’apice dello scontento. Respiravamo una miscela di delusione e abbattimento, senza riuscire a scorgere un orizzonte di riscatto. Una pagina di rivista illustrata giunse a salvarci. La sagoma di una grande casa di legno scuro ai confini del bosco. La neve, gli abeti, la calda luce del fuoco nel camino che traspare attraverso le finestre quadrate. Il Grande Nord. Un miraggio di serenità che il nostro denaro poteva comprare. Avevamo bisogno di un paradiso felpato di questo genere. Avevamo lavorato troppo, riflettuto troppo sulle trasformazioni perverse del capitalismo avanzato.
Era possibile elaborare una risposta tutta privata al delirio autodistruttivo del globo? E sottrarsi al flusso incatenante delle informazioni per sprofondare nella gioia personale – qualora ci fossimo riusciti - sarebbe stata un’azione di cui più tardi ci saremmo pentiti?
Ci sentivamo svuotati, incerti, ma pronti a cambiare.

Il passaggio si è svolto in un modo meno complesso di quello che avevamo immaginato. Si preparano i bagagli – valigie non troppo piene, compreremo là degli abiti adatti al nuovo clima – si organizzano alcune intense cene di saluto con amici premurosi che ci chiedono in continuazione i motivi della partenza. Alle loro domande non rispondiamo nulla di preciso. Ci lasciamo ammantare da una specie di segreto progetto luccicante. Sorridiamo. Ci dichiariamo esausti e speranzosi. Vogliamo infrangere la lastra di specchio in cui ci sentiamo imprigionati.
Lasciamo la nostra città in un giorno nascente uguale ad infiniti altri che abbiamo visto. Ci procura già una prima scintilla di gioia l’azione di percorrere rapidi, dentro un taxi, all’alba, le strade in cui abbiamo camminato per le innumerevoli volte di una vita già remota.
L’aeroporto ci accoglie. Siamo un po’assonnati. Entriamo in uno spazio impersonale, un confine tra l’esistenza precedente ed il nuovo territorio – geografico e mentale- che siamo ansiosi di esplorare. Sbrighiamo le formalità dell’imbarco, pensosi ed improvvisamente consapevoli di essere giunti ad una svolta. Lo avvertiamo in modo netto. Questo viaggio ci servirà, ci regalerà qualcosa che fino ad oggi non abbiamo avuto.
Al decollo l’apparecchio compie una curva ad ampio raggio sopra la città. Prima che l’aereo si sollevi ancora più alto – con quella che pare un’ultima irrevocabile decisione – bucando uno strato di nuvole dense e stracciate, facciamo in tempo ad abbracciare in un solo sguardo attraverso il finestrino ovale: l’area urbana ad alta densità di popolazione solcata dal reticolo di strade ingorgate di automobilisti diretti in ufficio, un tratto di autostrada grigia con le minuscole auto in affannata partenza verso le località della costa, i capannoni industriali disposti in un fitto disordine dentro la periferia disastrata, una bordatura di colline felici e verdissime su un lato in rapida fuga dal nostro campo visivo. Poi non riusciamo a vedere più niente. Siamo accecati dalla luce del sole sfolgorante che adesso è arrivato proprio davanti a noi e sembra liquefare la materia stessa del piccolo oblò.

venerdì, giugno 08, 2007

Marcel Duchamp



Da questo signore che siede - sorridente e soddisfatto - in una comoda poltrona, fumandosi un sigaro davanti alla scacchiera, cosa dovremmo imparare ? Secondo me un po' di leggerezza. Un tocco di fragile saggezza. Duchamp ci ricorda che è una sana pratica quella di non prendersi sempre terribilmente sul serio. L'artista (moderno & postmoderno) può essere il primo a ridere delle proprie immortali e rivoluzionarie creazioni !

martedì, giugno 05, 2007

Love will tear us apart



Proprio in questi giorni sto ripensando alla grandezza dei Joy Division. Ogni anno che passa, nel rotolare via del nostro mondo verso altre guerre, altri rischi di apocalisse ambientale, altre insensatezze che ci strangolano, in tutte queste circostanze continua a brillare la luce nera del gruppo di Ian Curtis. La leggenda è giustificata dal prodigio musicale. Energia, poesia, disperazione, redenzione. E non posso evitare di pormi la banale domanda: se Ian fosse vivo ancora adesso, che tipo di figura sarebbe ? Purtroppo la risposta a questa domanda non può esistere. E allora rimetto il cd dentro il lettore per ascoltare di nuovo Disorder, primo pezzo di Unknown Pleasures, album vertiginoso, magico già solo a sfiorare quella copertina nera con il diagramma bianco: qui la grafica ultra minimalista funziona come perfetta anticipazione del contenuto incandescente.

lunedì, giugno 04, 2007

Seamless di Zaha Hadid


Seamless by Zaha Hadid
Originally uploaded by ♥°fibi
Questo oggetto disegnato da Zaha Hadid è la prova che i migliori scultori contemporanei in molti casi oggi sono gli architetti. Mi pare un'opera degna della massima attenzione. Un po' spaziale, acuminata, sembra anche un po' pericolosa. E poi con quel colore alieno ! Mi piace moltissimo. E' anche interessante che sia un oggetto collocato in un terreno sconosciuto all'incrocio tra design e arte, tra cinema e psicanalisi...Starebbe benissimo nel salotto di casa mia. Mi trasmette un senso fantascientifico di potenza futuribile.

venerdì, giugno 01, 2007

Tempesta di ghiaccio

Adesso dovresti ascoltarmi. Se stanotte verrà la tempesta di ghiaccio a spezzare le promesse dell’adolescenza, dovremo accettare il fatto di essere condannati a crescere. Quindi ci perderemo, ci lasceremo, saremo trascinati da un vento al quale non si può resistere. Perduti. Freddi. Tuttavia non dimenticheremo mai di esserci almeno incontrati, sfiorati, guardati come riconoscendo un compagno di strada a cui abbandonarci completamente anche nel confessare le aspirazioni più riposte, il dolore di non essere all’altezza delle nostre stesse intime aspettative. Cercatori di bellezza comunque, attraverso i vetri delle essenziali ville moderniste, anche nella devastazione e nella terra desolata che il ghiaccio disegnerà, nel gelo piombato a paralizzare la natura di New Canaan, il cuore caldo delle nostre fantasie resisterà.

venerdì, maggio 25, 2007

Tom Verlaine



Da vecchio amante dei mitici Television (il gruppo del Verlaine americano :Tom Verlaine) non posso evitare di confessare che amo anche il suo ultimo disco Songs and other things dove troverete ricami elettrici di squisita fattura ed invenzione che vi porteranno per un attimo a dubitare della negatività dei tempi in cui tutti siamo immersi invocando una redenzione un briciolo di identità un pezzetto di anima dentro il fantoccio di pezza queste canzoni tracciate dalla voce singhiozzante mi accendono un po’ di buonumore e voi sapete bene quanto questo evento sia miracoloso lungo le mie giornate e le mie notti e mi riportano alla gioventù lontano dal presente incendiato quando generalmente sono portato ad analizzare i colori cangianti del fallimento posso affermare ufficialmente che in queste ballate nevrotiche mi riconosco sempre come tanti anni fa e ne ricavo un sovrappiù di energia ed una consolazione spero duratura.

martedì, maggio 22, 2007

Il Pianeta Richter


Se scrivo che Gerhard Richter è il maggiore pittore vivente, esagero ? Forse no. Anzi, magari dico anche troppo poco: è una formula che non rende l'ampiezza del suo pensiero. Lui riesce a congiungere in un solo sistema intellettuale e formale l' astrazione vitale del gesto e le figure della realtà catturate con precisione fotografica, senza perdere la poesia della visione. Quindi mi pare che lo spazio mentale di Richter non sia meno strabiliante dello spazio racchiuso dentro le sue opere. Il maggior problema, per un altro pittore, è quello di non farsi risucchiare a morte dal suo stile, come se si rischiasse ogni momento di essere attratti nell' orbita della sua arte e bruciati, annullati, schiacciati dalla gravità del Pianeta Richter.

venerdì, maggio 11, 2007

Basquiat & gatto



Qui siamo nella leggenda assoluta. Penso che a Jean-Michel Basquiat (1960-1988) importasse più vivere che dipingere. Ho sempre avuto l'impressione che le opere rappresentassero per lui soprattutto la continuazione inevitabile di uno stile di vita. Per questo motivo quando dipingeva riusciva a mettere dentro le sue figure quella elettricità pazzesca che inseguiva fuori dallo studio, fuori dalla celebrità, fuori dall'arte. Se poi vi capita di osservare dal vivo i suoi disegni - anche i più elementari eseguiti a matita - comprenderete che davvero sono una specie di scrittura vitale in presa diretta: scheletri, corone sulla testa di ragazzi di strada, sigaretta fumata all'angolo della strada, il graffio che diviene graffito e affresco di tutta un'idea di civiltà urbana americana.
Dicono che lavorasse in studio vestito di tutto punto con abiti di Armani. Dicono che abbia spesso regalato le mazzette con migliaia di dollari appena riscossi dai collezionisti ai primi poveracci incontrati in strada. Insomma: era un Re.

giovedì, maggio 10, 2007

Klimt & gatto


Questa foto mi regala un senso di allegra libertà. E' il ritratto di Gustav Klimt ! Ve lo immaginavate così ? Io no: me lo figuravo serioso, autorevole e impettito nella divisa di Grande Artista Viennese, insomma un po’ tronfio nel suo ruolo. Invece qui è vestito come un monaco figlio dei fiori e pare del tutto appagato dall’affetto del proprio gatto. Potrebbe essere un qualsiasi barbone che vediamo al margine della strada. Invece è il pittore che – insieme a Van Gogh e Picasso – ha dipinto alcuni dei quadri più costosi di tutti i tempi (il suo Ritratto di Adelle Bloch-Bauer del 1907 è stato di recente venduto a 135 milioni di dollari !). Il contrasto tra l’immensa fortuna economica delle opere e l’aspetto ascetico e disinvolto del loro creatore mi affascina e mi fa sperare – non so perché – in possibili futuri miglioramenti della specie umana.

martedì, maggio 08, 2007

Invettiva 2



Sempre più spesso mi trovo prigioniero davanti alla televisione. Ascolto gli esperti naufragati sul palcoscenico parlare un dialetto di alba e tramonto. Mentre rifletto sulle loro parole già mi sento un po’ diverso e più solo. Sono troppo lontano dalle preoccupazioni del dominio corrente economico, quindi condannato alla marginalità. Mi dispiace parecchio di avvertire questo sentimento di malinconia: mi pare il segno di una caduta imminente. Mi sforzo di reggere la fatica, mi concentro per catturare dentro lo spazio di uno sguardo tutta l’ampiezza della stanza, fin dove l’occhio può spingersi, oltre lo schermo, al di là del muro. Spero di raggiungere una visione piena, dettagliata, analitica ma non fredda, come accade nelle foto meravigliose della giapponese Rinko Kawauchi che ti lascia balenare davanti agli occhi l’istante pieno di incanto, ti colpisce con la suprema eleganza della semplicità.
Da cosa devo liberarmi? Se i miei occhi vedono solo merci e strategie di dominio, da quali malattie sono stati colpiti ? Quando il fantasma dell’autenticità torna a visitarmi, mi affatico per provare a stabilire una linea di confine tra giovinezza e maturità, ma non sono assolutamente all’altezza della situazione. Non sono capace di asciugare le lacrime della ragazza, non riesco a infondere in lei il coraggio che non possiedo.

sabato, maggio 05, 2007

Invettiva


vu2
Originally uploaded by popartagenda.
Da cosa devo liberarmi? quale peso devo scagliare via ? è un fardello personale, tutto privato, tutto raggrumato nelle mie tasche oppure è un dolore aperto alle correnti del sociale, un vento di cambiamento sognato, invocato, mai arrivato ? sono innumerevoli i lacci che mi hanno avviluppato durante questi ultimi anni vissuti nell’Italia finta modernizzata, un paese in realtà devastato in cui il denaro si moltiplica a formare piramidi altissime, torri del dominio per governare la vertigine sociale, un vero campo di battaglia, un terreno in cui si spalancano abissi, dislivelli splendenti che inghiottono le mie passeggiate mentali.
Paesaggi umani sovrapposti, incrociati, frammentati fino a trasformarsi in geroglifici di impossibile interpretazione. Chi ha trasformato in spettacolo di intrattenimento le idee più rivoluzionarie ? ma la rivoluzione – vi prego, fate attenzione – dal mio punto di osservazione non è mai stata il cambiamento violento delle gerarchie di potere. La mia idea di rivoluzione riusciva a passare attraverso il filtro delle canzoni dei Velvet Underground: li ascoltavo abbandonato sulla poltrona di vimini, con in pugno il mio negroni come fosse uno scettro, una palla magica in cui scorgere la forma delle cose a venire, la successione caotica delle fidanzate, lo schianto dei lutti familiari, l’assottigliarsi del patrimonio familiare fino ad un grado infimo che renderà insopportabile l’impresa di sbarcare il lunario, lo sfumare di qualsiasi minimo successo artistico fino ad ingigantire il dubbio di essere un grande stupido, nel migliore dei casi un grande mentitore a me stesso, proprio come Roland Barthes al termine della vita pensò di avere dato corpo non ad una scienza, ma ad un fantasma del tutto personale, una maledizione di rigore costruito sulla sabbia, una questione privata, nulla di scientifico, la semiologia stava nuda davanti agli occhi del suo creatore, non era l’alba di una nuova logica ma il tramonto della ragione, l’ultimo fuoco di una mente desiderante. Allo stesso modo – scusate il paragone eccellente che mi permetto – io sono assillato dal dubbio di essermi inventato un intero mondo di cartapesta scadente che a tutti gli altri deve essere apparso miserabile e solo a me qualcosa di stupendo.

venerdì, maggio 04, 2007

Elias / 1



Elias amava i momenti in cui Zoe si sedeva al pianoforte solo per lui. Appoggiava le mani sopra la tastiera e prima di cominciare ad eseguire la nuova composizione si voltava a sorridergli rapida. Era un guizzo di buonumore, un lampeggiamento che prometteva qualcosa di importante. Suonava la prima volta con l’ansia e le increspature di una forma ancora in raffreddamento dopo essere uscita dal magma. Lui adorava anche quando Zoe si limitava ad accennare poche battute di un tema che aveva trovato e le pareva interessante, per farglielo gustare in cambio di una opinione fresca, formulata senza troppe valutazioni tecniche ad intralciare la percezione.
Prima di ogni esecuzione domestica Elias avvertiva la tensione salire mentre lei si predisponeva a suonare. In certi casi Zoe sembrava sopportare a fatica il carico delle proprie intuizioni, appariva eccitata e preoccupata.
Ad Elias piaceva moltissimo stare seduto ad un metro di distanza dalle zampe lucide del pianoforte, accoccolato sul pavimento, raggomitolato per non darle fastidio, cercando di farsi invisibile per spiare meglio le prime note che si aprivano nell’aria della stanza. Avrebbe voluto fondersi con la musica, sciogliersi del tutto dentro la trasparenza dei suoni, invece restava lì, con il corpo pesante ma sensibile ad ogni minima vibrazione. Quando si abbandonava ad improvvisare, lei era tutta avvolta dal fluire di una corrente privata. La vedeva a poco a poco riacquistare tranquillità : i muscoli della schiena sotto la maglietta si rilassavano accompagnando lo sviluppo delle costruzioni sonore in progressione.
Se foste stati lì, avreste visto uno spettacolo di intimità assoluta tra autore, esecutore, strumento musicale e pubblico (formato dal solo Elias).
Grazie a queste esecuzioni Elias riusciva ad allontanare l’angoscia del futuro e la tentazione di dissolversi, emozioni che lo minacciavano spesso, colate di nera materia psichica tanto familiari ormai da sembrargli inevitabili pesi da sollevare, tributi imposti da una divinità sadica in continua espansione dentro l’eternità crudele. Era una sua maniera scomoda di stare dentro il mondo, ne era anche un po’orgoglioso, come se avesse brevettato uno stile personale di sofferenza. Appena queste considerazioni si srotolavano dentro la mente di Elias con prontezza venivano disintegrate dalla musica di Zoe.

giovedì, maggio 03, 2007

Canyon 2/Un anno di Esplorazioni


Scrivo questo blog Esplorazioni da un anno. Mi sto arrampicando sopra un crinale sempre più ripido. Continuo a scrivere. Niente da perdere. Mi sono ritrovato nella corretta disposizione d’animo per ascoltare alcune singole voci recitanti nella foresta stracolma di ombre. Ho cercato un lessico di salvazione personale. Un tentativo dettato dall’innocenza, dall’ingenuità, dall’onestà. Disincantato, una sola volta mi sono abbandonato alla disperazione. Lacrime che voi non avete mai visto sono scese maestose a rigare il volto nello specchio, hanno tracciato ramificazioni sulla pelle degli zigomi. Colature passate dalla mia pelle allo schermo luminoso.
Spesso l’incanto della scrittura mi sembra giungere ad uno sbarramento insuperabile, oltre il quale intuisco solo pietra durissima o pareti di piombo che non posso squarciare. E l’orizzonte pare diventato un anello di tempo ripiegato sopra se stesso, un cielo irraggiungibile. Per fortuna ho saldato i miei debiti schiantando i nemici: ho scacciato i bevitori del mio sangue, i becchini smagriti che balbettano le loro sentenze di condanna e godono a tagliare le teste degli avversari per farci giocarci a pallone i figli prediletti.
Quando sono stanco di girare in tondo, prometto a me stesso una resurrezione nella quale io per primo fatico a credere, e mi pare di ritornare alla casa trovandola devastata in mia assenza.
Affondato nella poltrona sorseggio un liquore con un bel colore ambrato. Apprezzo le tensioni che dal futuro ritornano a visitarmi. Contemplo il mondo attraverso il fondo deformante di un solido bicchiere. Sono lo spettatore scardinato, violentato, avvilito. Ma lo spettacolo non si interrompe. In nome di tutto quello che ci legava un tempo, mi dovrete ancora concedere il lusso di sognare l’esistenza rinnovata, storpiata e guarita nel racconto.

martedì, maggio 01, 2007

Canyon 5


Tutto comincia con queste tracce di energia che mi sforzo di seguire.
Se guardo davanti a me scorgo il passato, solidificato, infranto e ricomposto nella distesa di neve con dentro stampate le nostre impronte, un paesaggio per grazia immensa confluito negli occhi tuoi azzurri dove sempre danzavano scintille imprevedibili che non esistevano in altri luoghi.
Bagliori, tentazioni irresistibili mi richiamano alla condizione di vivente perduto, desiderante, caduto nell’imbuto, inciampato nella frenesia di scovare un’ultima possibilità di averti, di stringerti, di toccarti più a fondo.
I migliori progetti razionali lanciati via senza esitazione. Una palla di stracci incendiati calciata a trattenere qualcosa di struggente dal futuro.
Sconfitto dalle ambizioni deviate, dalle attese eccessive, dalle infantili pose. E pensare che mi specchiavo nelle vetrine sperando di riconoscermi come una divinità per sempre giovane! mi sentivo immortale, protetto dal dolore, a passeggio sopra una scena arredata solo per accrescere lo splendore dei gesti e delle parole!
Se avessimo avuto il tempo di stare insieme per quella piccola eternità tascabile tanto sognata… io tuo allievo, incantato davanti alla quieta saggezza di donna angelica, maturata dentro i venti polverosi del reale, sfuggita – non posso immaginare come, forse solo per magia - alle distruzioni, alle lacrime…

martedì, aprile 24, 2007

Canyon 4

Mi ha raggiunto per l’occasione un messaggero venuto da un altro sistema temporale: è una giovane donna che sa apprezzare il calore di piccole rivelazioni. Siede in disparte, appare intristita, mi volta le spalle. Non ha parlato per un lungo periodo e non si è tolta il cappotto nero. Un riverbero di capelli biondi si allungava a coprire il bavero rialzato. Mentre la osservavo mi sono reso conto di essere stanco: mi pesa continuare a seguire il flusso delle informazioni. Tutti attendiamo lo scoppio di un conflitto planetario. La televisione ce lo presenta ogni giorno come imminente, il pubblico si convince e crede di scorgerne i segni premonitori dentro innumerevoli scoperte quotidiane.La messaggera bionda mi ha rivelato che il conflitto in verità è già cominciato senza che i giornalisti se ne siano accorti.
Non possiamo verificare gli eventi narrati in televisione. Quando cominciamo a scorgerne la crosta impenetrabile, già ci siamo inoltrati nel pomeriggio domenicale piovoso e la cronaca brilla liquefatta in una pozzanghera ai nostri piedi. La febbre ha cominciato a volteggiare sopra la mia fronte, lucente come prima non potevo neppure immaginare. Capisci?
Al risveglio la stanza è invasa dalla nostalgia. Riflettendoci sopra mi appare chiaro che tutto il disastro si è messo in movimento già da tempo immemorabile. Ci troviamo sotto il dominio di eventi geologici. Dicono che non si deve parlare di guerra tra culture, né di incendi nutriti con benzina di fantasmi religiosi. Oriente. Occidente. Geografie. Genocidi.
Io sono giovane o vecchio? Una frattura nella mia soggettiva percezione del tempo, una profezia. La pioggia rossa cade su tutti noi. E’ il piacere primitivo della distruzione.Il silenzio che ricerco non è l’assenza di suoni. E’ un magma filtrato attraverso sottili fogli di carta velina.

sabato, aprile 21, 2007

Ettore Sottsass




Oggi è una pessima giornata. Occhi stanchi, problemi economici in arrivo (e purtroppo non è una novità), la sensazione di avere perso enormi quantità di tempo lungo tutto il corso delle mie esperienze. Un senso di fallimento splendente invade la mia stanza. Ma sento che riuscirò a rimettermi un po' in sesto guardando questo "I Designed it for Pitagora" del meraviglioso Ettore Sottsass. Con lui il prodotto di design entra sempre dentro i cieli dell'arte.

giovedì, aprile 19, 2007

Canyon 3

C’è questo grande giardino pubblico che mi trovo a fissare in differenti momenti della settimana quando mi succede di passarci accanto.
Di giorno è popolato da bambini chiassosi tenuti al guinzaglio dalle loro madri in apprensione. Si vedono anche anziani seduti sulle panchine a godersi il sole primaverile. Un settore del giardino è riservato alle attrezzature ludiche per piccini: colorati scivoli lungo i quali i piccoli precipitano felici senza memoria, ridenti e saltellanti. Altalene, zone sabbiose, costruzioni di tubi plastici incrociati ed incardinati a formare strutture tridimensionali da percorrere carponi o allacciati con le braccia ed il corpo pendente in giù, come soldati in addestramento. Di notte l’atmosfera cambia, virando ad un grado meno allegro. Gli alberi alti e le basse siepi acquistano una presenza minacciosa.

La scorsa notte ho sognato in modo molto vivido - con la nettezza iperrealista dei fantastici incubi che riesco a produrre - di entrare dentro questa zona di svago a notte avanzata, attirato da uno strano fenomeno : gruppetti di bambini che giocavano nel mezzo delle tenebre, ad un orario nel quale i pargoli consueti sono andati a letto da un bel pezzo. Erano soli, nessun adulto li sorvegliava. Abbandonati a se stessi. Mi avvicino incuriosito, non percepisco alcun pericolo. Quando sono a pochi metri dal primo gruppo i piccini si voltano di scatto rivelando i denti canini appuntiti luccicanti nelle piccole bocche stravolte dalle smorfie. Bambini vampiri. Brancolando tentano di afferrarmi. Fuggo a perdifiato. Senza voltarmi indietro.

domenica, aprile 15, 2007

Canyon 1

Voi siete i miei lettori.
Nel caso siate il tipo di pubblico esigente che ama attribuire un corpo alla voce narrante, se attribuite importanza al fatto di poter vedere in carne e ossa la creatura fantasmatica che vi sta raccontando la storia (e in questo caso a me piace immaginarvi come appassionati e raffinati conoscitori del cinema internazionale di tutte le epoche: quello spettacolare zeppo di effetti speciali, quello sofisticato legato alla politica degli autori, quello sperimentale frammentario e incompleto, quello classico con i buoni sentimenti in evidenza, quello ancora più classico con le perfidie umane in primo piano) allora potrete avvicinarvi calando dall’alto, e mi vedrete.
Mi piombate addosso come se la macchina da presa scendesse giù dal cielo, da una notevole altezza arrivate sopra di me che sto sdraiato a pancia in giù.
Sono corpulento, sovrappeso, tuttavia mi ostino ad indossare un paio di jeans verdi scoloriti tagliati e sfrangiati sopra il ginocchio – quindi trasformati in bermuda degni di un naufrago- abbinati ad una maglietta bianca molto stropicciata. Disteso rasente al bordo di una piscina. Allungo le braccia sopra l’acqua mossa dalle raffiche di vento, ipnotizzato dai riflessi dei raggi solari che illuminano allegramente le palme delle mani. Quando sposto lo sguardo dalla mia pelle arrossata verso il paesaggio circostante vengo abbagliato dal verde acceso delle colline che tracciano morbide aperture.
Il caldo splendore della natura in cui sono immerso non mi rallegra affatto, al contrario, mi affligge, perché la mia giornata interiore si tinge subito- fin dal primo fresco chiarore dell’alba - di un colore malinconico paralizzante.
A dispetto della specie di paradiso terrestre in cui mi avete trovato inserito, io invece percepisco con una esattezza molto spiacevole l’irrevocabile inutilità del presente. Appesantito dagli anni, disincantato dalle delusioni patite, imbruttito dall’eccesso di cibo, invecchiato dal carico delle memorie accumulate. Il peso del mondo mi sta schiacciando, proprio qui - al lussuoso margine assolato della piscina - il cosmo comincia a frantumarsi in milioni di pezzi stupidi. I frammenti si allontanano dall’esplosione iniziale con estrema lentezza. E’ uno spettacolo triste. Una tortura. Per difendermi dalle schegge di questa deflagrazione infinita ho deciso di diventare freddo come il ghiaccio. Umiliato, mi sono ritirato nel profondo dei cunicoli più angusti. Come un aristocratico ratto ho preso possesso del mio regno di fogna.
Ma potrei essere diverso.
Cammino sopra le pietre irregolari di una strada che costeggia un ampio viale, sotto la pioggia abbondante, in un pomeriggio di autunno. Quando alzo gli occhi verso l’aria offuscata vedo scorrere in filigrana dietro le nuvole una luce cangiante dentro la gamma dei grigi. Il cielo è una cupola viva piena di promesse.

Magro, avanzo rapido, mi faccio scudo della giovinezza appena trascorsa. Non devo dimostrare niente a nessuno. Ho già creato gli imperi di intimità e splendore che sognavo fin dall’adolescenza, quando immaginavo magiche soluzioni a dolorosi problemi. Indosso una felpa blu scurissima, con il cappuccio che mi protegge la testa. Comincio a correre. Nel movimento non avverto stanchezza. L’energia in circolazione intorno al mio corpo si accresce attimo dopo attimo. Adesso procedo a grandi balzi schivando i piccoli specchi d’acqua - animati da cerchi concentrici - che le gocce fitte sviluppano conficcandosi a terra in mezzo alle pietre lucide.
Sono avvolto da un’ euforia speciale. E’ un punto di approdo: il risultato di una misura introdotta nel pensiero e nelle scelte di una vita più semplice e povera.
Nuda esistenza proiettata sopra un disegno più grande.
In questa esaltazione c’è consapevolezza. Brilla l’abbandono al fluire delle cose, scintilla la rassegnazione a divenire quello che già sono. Ho accettato la soddisfazione passeggera che può offrirmi un momentaneo successo di lavoro, l’incontro con lo sguardo complice di una ragazza desiderata, l’acquisto di un oggetto prestigioso che volevo possedere da tempi remoti (tutti fenomeni fantastici che da soli potrebbero giustificare l’intera vita).

Ma poi ho desiderato spingermi oltre. Nel mio entusiasmo cantano altre voci: l’accettazione del mutamento continuo, la coscienza di rappresentare un punto di passaggio minimo, mortale, casuale.

domenica, aprile 08, 2007

Sull'acqua



Originally uploaded by Inoka..
In piedi sul pontile ero quasi accecato dai bagliori solari che si spezzavano e ricomponevano sopra la superficie delle acque. Così mi risultava sempre più difficile fissare la sagoma della nave che si allontanava dal molo. Per quanti sforzi facessi, non riuscivo a ritrovare l'immagine della persona che cercavo: potevo solo vedere un magma di puntini colorati che si muovevano dentro la luce sovrana. Così la nostalgia di averti di nuovo accanto si faceva sempre più forte, attimo dopo attimo in quella danza solare allegra per tutti, dolorosa per me.

domenica, aprile 01, 2007

Andrew Smaldone




Guardate la magnificenza di questa pianta ! E' mia. Non l' ho dipinta io. E' un quadro realizzato dal mio amico pittore Andrew Smaldone. Abbiamo fatto un felice scambio di opere alcuni mesi fa: gli ho dato un mio pezzo a dominante blu con fascia bianca contenente una struttura un po' misteriosa che sembra una poltrona, lui mi ha regalato questa fantastica pianta che cresce nello spazio ma soprattutto nella mente di chi la osserva. Le foglie vibrano nell' aria immobile. A volte la pianta mi appare come un fantasma di purezza, una speranza di perfezione, una promessa dotata di forza. In altri casi mi pare una rappresentazione di fragilità, una memoria trattenuta dentro un processo di lenta cancellazione. Questo quadro un giorno varrà un sacco di soldi, ma questo è un dettaglio secondario, per è importante averlo oggi appeso alla parete della camera per poter meditare sulla luce cangiante della presenza / assenza.

giovedì, marzo 22, 2007

Callum Innes



Ci sono tante opere di altri artisti che avrei voluto fare io. Ad esempio invidio a morte il talento di Callum Innes. Confesso che praticamente amo tutti i suoi quadri. Se fossi ricco ne avrei già comprati sei o sette. Secondo me è un grande pittore. Fuori dalle mode, si è inventato un processo esecutivo originale, dal quale ottiene visioni modernissime, super eleganti, adeguate alla coscienza del nostro tempo. La sua costruzione minimalistica dello spazio mi affascina totalmente. I suoi colori poi sono strepitosi: sono pensiero puro tuffato nella luce e disperso su tela.

venerdì, marzo 16, 2007

Una camera tranquilla



Originally uploaded by sinsong.
Una stanza tutta per me. Una camera tranquilla in cui posso stare lontano dal mondo, concentrato su un disegno da sviluppare. Mi piace attraversare differenti paesaggi mentali. Me ne sto accomodato nella sontuosa poltrona. Calmo, protetto dal cerchio di luce morbida gettato dalla lampada sopra il mio taccuino. Il rumore del traffico mi arriva appena percettibile. Gli echi di guerra si sono trasformati in fioriture primaverili. Questa è la mia reggia.

lunedì, marzo 12, 2007

Peter Zumthor

Se voglio immaginare una architettura minimalista che conservi il calore di un abbraccio e il rigore di un percorso etico, penso alle opere di Peter Zumthor. La trasparenza dell'acqua, i gradini che scendono dentro il liquido, i tagli dello spazio, i colori e le materie, tutti gli elementi usati nelle terme di Vals contribuiscono a cerare una intesità percettiva ed emozionale straordinaria. Vivo meglio quando penso che esistono autori capaci di costruire questo tipo di ambiente.

mercoledì, marzo 07, 2007

Jannis Kounellis/2

Che ci faceva Jannis Kounellis ieri pomeriggio a Firenze ? Uno dei più grandi artisti viventi è stato ospite della galleria Il Ponte, per la presentazione di un libro-catalogo a lui dedicato. Protetto da un bellissimo cappotto scuro, corpulento, basso di statura, tranquillo e bonario come un oste che ti verserà un buon vino, appena comincia a parlare Kounellis si rivela per quello che è: un poeta geniale, capace di parlare una lingua che istante dopo istante – attraverso calma e riflessione - inventa concetti. Kounellis sa scolpire le idee attraverso il linguaggio volatile verbale proprio come fa con i pesanti materiali delle sue opere. Così mentre lo ascoltavo parlare sereno davanti al pubblico che affollava la galleria (posti in piedi, anche io me ne stavo appoggiato ad una parete) mi pareva di sognare. Non credevo che un genio come lui, una stella assoluta, amato dalla critica più intransigente ma anche un protagonista del mercato dell’arte, potesse essere così tranquillo, privo di qualsiasi superbia. Una presenza umana calda e affilatissima, arrivata a noi da un’altra dimensione in cui è la qualità del linguaggio a regnare e non la superficie luccicante pubblicitaria. E’ stata una esperienza incoraggiante.