venerdì, maggio 11, 2007

Basquiat & gatto



Qui siamo nella leggenda assoluta. Penso che a Jean-Michel Basquiat (1960-1988) importasse più vivere che dipingere. Ho sempre avuto l'impressione che le opere rappresentassero per lui soprattutto la continuazione inevitabile di uno stile di vita. Per questo motivo quando dipingeva riusciva a mettere dentro le sue figure quella elettricità pazzesca che inseguiva fuori dallo studio, fuori dalla celebrità, fuori dall'arte. Se poi vi capita di osservare dal vivo i suoi disegni - anche i più elementari eseguiti a matita - comprenderete che davvero sono una specie di scrittura vitale in presa diretta: scheletri, corone sulla testa di ragazzi di strada, sigaretta fumata all'angolo della strada, il graffio che diviene graffito e affresco di tutta un'idea di civiltà urbana americana.
Dicono che lavorasse in studio vestito di tutto punto con abiti di Armani. Dicono che abbia spesso regalato le mazzette con migliaia di dollari appena riscossi dai collezionisti ai primi poveracci incontrati in strada. Insomma: era un Re.

giovedì, maggio 10, 2007

Klimt & gatto


Questa foto mi regala un senso di allegra libertà. E' il ritratto di Gustav Klimt ! Ve lo immaginavate così ? Io no: me lo figuravo serioso, autorevole e impettito nella divisa di Grande Artista Viennese, insomma un po’ tronfio nel suo ruolo. Invece qui è vestito come un monaco figlio dei fiori e pare del tutto appagato dall’affetto del proprio gatto. Potrebbe essere un qualsiasi barbone che vediamo al margine della strada. Invece è il pittore che – insieme a Van Gogh e Picasso – ha dipinto alcuni dei quadri più costosi di tutti i tempi (il suo Ritratto di Adelle Bloch-Bauer del 1907 è stato di recente venduto a 135 milioni di dollari !). Il contrasto tra l’immensa fortuna economica delle opere e l’aspetto ascetico e disinvolto del loro creatore mi affascina e mi fa sperare – non so perché – in possibili futuri miglioramenti della specie umana.

martedì, maggio 08, 2007

Invettiva 2



Sempre più spesso mi trovo prigioniero davanti alla televisione. Ascolto gli esperti naufragati sul palcoscenico parlare un dialetto di alba e tramonto. Mentre rifletto sulle loro parole già mi sento un po’ diverso e più solo. Sono troppo lontano dalle preoccupazioni del dominio corrente economico, quindi condannato alla marginalità. Mi dispiace parecchio di avvertire questo sentimento di malinconia: mi pare il segno di una caduta imminente. Mi sforzo di reggere la fatica, mi concentro per catturare dentro lo spazio di uno sguardo tutta l’ampiezza della stanza, fin dove l’occhio può spingersi, oltre lo schermo, al di là del muro. Spero di raggiungere una visione piena, dettagliata, analitica ma non fredda, come accade nelle foto meravigliose della giapponese Rinko Kawauchi che ti lascia balenare davanti agli occhi l’istante pieno di incanto, ti colpisce con la suprema eleganza della semplicità.
Da cosa devo liberarmi? Se i miei occhi vedono solo merci e strategie di dominio, da quali malattie sono stati colpiti ? Quando il fantasma dell’autenticità torna a visitarmi, mi affatico per provare a stabilire una linea di confine tra giovinezza e maturità, ma non sono assolutamente all’altezza della situazione. Non sono capace di asciugare le lacrime della ragazza, non riesco a infondere in lei il coraggio che non possiedo.

sabato, maggio 05, 2007

Invettiva


vu2
Originally uploaded by popartagenda.
Da cosa devo liberarmi? quale peso devo scagliare via ? è un fardello personale, tutto privato, tutto raggrumato nelle mie tasche oppure è un dolore aperto alle correnti del sociale, un vento di cambiamento sognato, invocato, mai arrivato ? sono innumerevoli i lacci che mi hanno avviluppato durante questi ultimi anni vissuti nell’Italia finta modernizzata, un paese in realtà devastato in cui il denaro si moltiplica a formare piramidi altissime, torri del dominio per governare la vertigine sociale, un vero campo di battaglia, un terreno in cui si spalancano abissi, dislivelli splendenti che inghiottono le mie passeggiate mentali.
Paesaggi umani sovrapposti, incrociati, frammentati fino a trasformarsi in geroglifici di impossibile interpretazione. Chi ha trasformato in spettacolo di intrattenimento le idee più rivoluzionarie ? ma la rivoluzione – vi prego, fate attenzione – dal mio punto di osservazione non è mai stata il cambiamento violento delle gerarchie di potere. La mia idea di rivoluzione riusciva a passare attraverso il filtro delle canzoni dei Velvet Underground: li ascoltavo abbandonato sulla poltrona di vimini, con in pugno il mio negroni come fosse uno scettro, una palla magica in cui scorgere la forma delle cose a venire, la successione caotica delle fidanzate, lo schianto dei lutti familiari, l’assottigliarsi del patrimonio familiare fino ad un grado infimo che renderà insopportabile l’impresa di sbarcare il lunario, lo sfumare di qualsiasi minimo successo artistico fino ad ingigantire il dubbio di essere un grande stupido, nel migliore dei casi un grande mentitore a me stesso, proprio come Roland Barthes al termine della vita pensò di avere dato corpo non ad una scienza, ma ad un fantasma del tutto personale, una maledizione di rigore costruito sulla sabbia, una questione privata, nulla di scientifico, la semiologia stava nuda davanti agli occhi del suo creatore, non era l’alba di una nuova logica ma il tramonto della ragione, l’ultimo fuoco di una mente desiderante. Allo stesso modo – scusate il paragone eccellente che mi permetto – io sono assillato dal dubbio di essermi inventato un intero mondo di cartapesta scadente che a tutti gli altri deve essere apparso miserabile e solo a me qualcosa di stupendo.

venerdì, maggio 04, 2007

Elias / 1



Elias amava i momenti in cui Zoe si sedeva al pianoforte solo per lui. Appoggiava le mani sopra la tastiera e prima di cominciare ad eseguire la nuova composizione si voltava a sorridergli rapida. Era un guizzo di buonumore, un lampeggiamento che prometteva qualcosa di importante. Suonava la prima volta con l’ansia e le increspature di una forma ancora in raffreddamento dopo essere uscita dal magma. Lui adorava anche quando Zoe si limitava ad accennare poche battute di un tema che aveva trovato e le pareva interessante, per farglielo gustare in cambio di una opinione fresca, formulata senza troppe valutazioni tecniche ad intralciare la percezione.
Prima di ogni esecuzione domestica Elias avvertiva la tensione salire mentre lei si predisponeva a suonare. In certi casi Zoe sembrava sopportare a fatica il carico delle proprie intuizioni, appariva eccitata e preoccupata.
Ad Elias piaceva moltissimo stare seduto ad un metro di distanza dalle zampe lucide del pianoforte, accoccolato sul pavimento, raggomitolato per non darle fastidio, cercando di farsi invisibile per spiare meglio le prime note che si aprivano nell’aria della stanza. Avrebbe voluto fondersi con la musica, sciogliersi del tutto dentro la trasparenza dei suoni, invece restava lì, con il corpo pesante ma sensibile ad ogni minima vibrazione. Quando si abbandonava ad improvvisare, lei era tutta avvolta dal fluire di una corrente privata. La vedeva a poco a poco riacquistare tranquillità : i muscoli della schiena sotto la maglietta si rilassavano accompagnando lo sviluppo delle costruzioni sonore in progressione.
Se foste stati lì, avreste visto uno spettacolo di intimità assoluta tra autore, esecutore, strumento musicale e pubblico (formato dal solo Elias).
Grazie a queste esecuzioni Elias riusciva ad allontanare l’angoscia del futuro e la tentazione di dissolversi, emozioni che lo minacciavano spesso, colate di nera materia psichica tanto familiari ormai da sembrargli inevitabili pesi da sollevare, tributi imposti da una divinità sadica in continua espansione dentro l’eternità crudele. Era una sua maniera scomoda di stare dentro il mondo, ne era anche un po’orgoglioso, come se avesse brevettato uno stile personale di sofferenza. Appena queste considerazioni si srotolavano dentro la mente di Elias con prontezza venivano disintegrate dalla musica di Zoe.

giovedì, maggio 03, 2007

Canyon 2/Un anno di Esplorazioni


Scrivo questo blog Esplorazioni da un anno. Mi sto arrampicando sopra un crinale sempre più ripido. Continuo a scrivere. Niente da perdere. Mi sono ritrovato nella corretta disposizione d’animo per ascoltare alcune singole voci recitanti nella foresta stracolma di ombre. Ho cercato un lessico di salvazione personale. Un tentativo dettato dall’innocenza, dall’ingenuità, dall’onestà. Disincantato, una sola volta mi sono abbandonato alla disperazione. Lacrime che voi non avete mai visto sono scese maestose a rigare il volto nello specchio, hanno tracciato ramificazioni sulla pelle degli zigomi. Colature passate dalla mia pelle allo schermo luminoso.
Spesso l’incanto della scrittura mi sembra giungere ad uno sbarramento insuperabile, oltre il quale intuisco solo pietra durissima o pareti di piombo che non posso squarciare. E l’orizzonte pare diventato un anello di tempo ripiegato sopra se stesso, un cielo irraggiungibile. Per fortuna ho saldato i miei debiti schiantando i nemici: ho scacciato i bevitori del mio sangue, i becchini smagriti che balbettano le loro sentenze di condanna e godono a tagliare le teste degli avversari per farci giocarci a pallone i figli prediletti.
Quando sono stanco di girare in tondo, prometto a me stesso una resurrezione nella quale io per primo fatico a credere, e mi pare di ritornare alla casa trovandola devastata in mia assenza.
Affondato nella poltrona sorseggio un liquore con un bel colore ambrato. Apprezzo le tensioni che dal futuro ritornano a visitarmi. Contemplo il mondo attraverso il fondo deformante di un solido bicchiere. Sono lo spettatore scardinato, violentato, avvilito. Ma lo spettacolo non si interrompe. In nome di tutto quello che ci legava un tempo, mi dovrete ancora concedere il lusso di sognare l’esistenza rinnovata, storpiata e guarita nel racconto.

martedì, maggio 01, 2007

Canyon 5


Tutto comincia con queste tracce di energia che mi sforzo di seguire.
Se guardo davanti a me scorgo il passato, solidificato, infranto e ricomposto nella distesa di neve con dentro stampate le nostre impronte, un paesaggio per grazia immensa confluito negli occhi tuoi azzurri dove sempre danzavano scintille imprevedibili che non esistevano in altri luoghi.
Bagliori, tentazioni irresistibili mi richiamano alla condizione di vivente perduto, desiderante, caduto nell’imbuto, inciampato nella frenesia di scovare un’ultima possibilità di averti, di stringerti, di toccarti più a fondo.
I migliori progetti razionali lanciati via senza esitazione. Una palla di stracci incendiati calciata a trattenere qualcosa di struggente dal futuro.
Sconfitto dalle ambizioni deviate, dalle attese eccessive, dalle infantili pose. E pensare che mi specchiavo nelle vetrine sperando di riconoscermi come una divinità per sempre giovane! mi sentivo immortale, protetto dal dolore, a passeggio sopra una scena arredata solo per accrescere lo splendore dei gesti e delle parole!
Se avessimo avuto il tempo di stare insieme per quella piccola eternità tascabile tanto sognata… io tuo allievo, incantato davanti alla quieta saggezza di donna angelica, maturata dentro i venti polverosi del reale, sfuggita – non posso immaginare come, forse solo per magia - alle distruzioni, alle lacrime…

martedì, aprile 24, 2007

Canyon 4

Mi ha raggiunto per l’occasione un messaggero venuto da un altro sistema temporale: è una giovane donna che sa apprezzare il calore di piccole rivelazioni. Siede in disparte, appare intristita, mi volta le spalle. Non ha parlato per un lungo periodo e non si è tolta il cappotto nero. Un riverbero di capelli biondi si allungava a coprire il bavero rialzato. Mentre la osservavo mi sono reso conto di essere stanco: mi pesa continuare a seguire il flusso delle informazioni. Tutti attendiamo lo scoppio di un conflitto planetario. La televisione ce lo presenta ogni giorno come imminente, il pubblico si convince e crede di scorgerne i segni premonitori dentro innumerevoli scoperte quotidiane.La messaggera bionda mi ha rivelato che il conflitto in verità è già cominciato senza che i giornalisti se ne siano accorti.
Non possiamo verificare gli eventi narrati in televisione. Quando cominciamo a scorgerne la crosta impenetrabile, già ci siamo inoltrati nel pomeriggio domenicale piovoso e la cronaca brilla liquefatta in una pozzanghera ai nostri piedi. La febbre ha cominciato a volteggiare sopra la mia fronte, lucente come prima non potevo neppure immaginare. Capisci?
Al risveglio la stanza è invasa dalla nostalgia. Riflettendoci sopra mi appare chiaro che tutto il disastro si è messo in movimento già da tempo immemorabile. Ci troviamo sotto il dominio di eventi geologici. Dicono che non si deve parlare di guerra tra culture, né di incendi nutriti con benzina di fantasmi religiosi. Oriente. Occidente. Geografie. Genocidi.
Io sono giovane o vecchio? Una frattura nella mia soggettiva percezione del tempo, una profezia. La pioggia rossa cade su tutti noi. E’ il piacere primitivo della distruzione.Il silenzio che ricerco non è l’assenza di suoni. E’ un magma filtrato attraverso sottili fogli di carta velina.

sabato, aprile 21, 2007

Ettore Sottsass




Oggi è una pessima giornata. Occhi stanchi, problemi economici in arrivo (e purtroppo non è una novità), la sensazione di avere perso enormi quantità di tempo lungo tutto il corso delle mie esperienze. Un senso di fallimento splendente invade la mia stanza. Ma sento che riuscirò a rimettermi un po' in sesto guardando questo "I Designed it for Pitagora" del meraviglioso Ettore Sottsass. Con lui il prodotto di design entra sempre dentro i cieli dell'arte.

giovedì, aprile 19, 2007

Canyon 3

C’è questo grande giardino pubblico che mi trovo a fissare in differenti momenti della settimana quando mi succede di passarci accanto.
Di giorno è popolato da bambini chiassosi tenuti al guinzaglio dalle loro madri in apprensione. Si vedono anche anziani seduti sulle panchine a godersi il sole primaverile. Un settore del giardino è riservato alle attrezzature ludiche per piccini: colorati scivoli lungo i quali i piccoli precipitano felici senza memoria, ridenti e saltellanti. Altalene, zone sabbiose, costruzioni di tubi plastici incrociati ed incardinati a formare strutture tridimensionali da percorrere carponi o allacciati con le braccia ed il corpo pendente in giù, come soldati in addestramento. Di notte l’atmosfera cambia, virando ad un grado meno allegro. Gli alberi alti e le basse siepi acquistano una presenza minacciosa.

La scorsa notte ho sognato in modo molto vivido - con la nettezza iperrealista dei fantastici incubi che riesco a produrre - di entrare dentro questa zona di svago a notte avanzata, attirato da uno strano fenomeno : gruppetti di bambini che giocavano nel mezzo delle tenebre, ad un orario nel quale i pargoli consueti sono andati a letto da un bel pezzo. Erano soli, nessun adulto li sorvegliava. Abbandonati a se stessi. Mi avvicino incuriosito, non percepisco alcun pericolo. Quando sono a pochi metri dal primo gruppo i piccini si voltano di scatto rivelando i denti canini appuntiti luccicanti nelle piccole bocche stravolte dalle smorfie. Bambini vampiri. Brancolando tentano di afferrarmi. Fuggo a perdifiato. Senza voltarmi indietro.

domenica, aprile 15, 2007

Canyon 1

Voi siete i miei lettori.
Nel caso siate il tipo di pubblico esigente che ama attribuire un corpo alla voce narrante, se attribuite importanza al fatto di poter vedere in carne e ossa la creatura fantasmatica che vi sta raccontando la storia (e in questo caso a me piace immaginarvi come appassionati e raffinati conoscitori del cinema internazionale di tutte le epoche: quello spettacolare zeppo di effetti speciali, quello sofisticato legato alla politica degli autori, quello sperimentale frammentario e incompleto, quello classico con i buoni sentimenti in evidenza, quello ancora più classico con le perfidie umane in primo piano) allora potrete avvicinarvi calando dall’alto, e mi vedrete.
Mi piombate addosso come se la macchina da presa scendesse giù dal cielo, da una notevole altezza arrivate sopra di me che sto sdraiato a pancia in giù.
Sono corpulento, sovrappeso, tuttavia mi ostino ad indossare un paio di jeans verdi scoloriti tagliati e sfrangiati sopra il ginocchio – quindi trasformati in bermuda degni di un naufrago- abbinati ad una maglietta bianca molto stropicciata. Disteso rasente al bordo di una piscina. Allungo le braccia sopra l’acqua mossa dalle raffiche di vento, ipnotizzato dai riflessi dei raggi solari che illuminano allegramente le palme delle mani. Quando sposto lo sguardo dalla mia pelle arrossata verso il paesaggio circostante vengo abbagliato dal verde acceso delle colline che tracciano morbide aperture.
Il caldo splendore della natura in cui sono immerso non mi rallegra affatto, al contrario, mi affligge, perché la mia giornata interiore si tinge subito- fin dal primo fresco chiarore dell’alba - di un colore malinconico paralizzante.
A dispetto della specie di paradiso terrestre in cui mi avete trovato inserito, io invece percepisco con una esattezza molto spiacevole l’irrevocabile inutilità del presente. Appesantito dagli anni, disincantato dalle delusioni patite, imbruttito dall’eccesso di cibo, invecchiato dal carico delle memorie accumulate. Il peso del mondo mi sta schiacciando, proprio qui - al lussuoso margine assolato della piscina - il cosmo comincia a frantumarsi in milioni di pezzi stupidi. I frammenti si allontanano dall’esplosione iniziale con estrema lentezza. E’ uno spettacolo triste. Una tortura. Per difendermi dalle schegge di questa deflagrazione infinita ho deciso di diventare freddo come il ghiaccio. Umiliato, mi sono ritirato nel profondo dei cunicoli più angusti. Come un aristocratico ratto ho preso possesso del mio regno di fogna.
Ma potrei essere diverso.
Cammino sopra le pietre irregolari di una strada che costeggia un ampio viale, sotto la pioggia abbondante, in un pomeriggio di autunno. Quando alzo gli occhi verso l’aria offuscata vedo scorrere in filigrana dietro le nuvole una luce cangiante dentro la gamma dei grigi. Il cielo è una cupola viva piena di promesse.

Magro, avanzo rapido, mi faccio scudo della giovinezza appena trascorsa. Non devo dimostrare niente a nessuno. Ho già creato gli imperi di intimità e splendore che sognavo fin dall’adolescenza, quando immaginavo magiche soluzioni a dolorosi problemi. Indosso una felpa blu scurissima, con il cappuccio che mi protegge la testa. Comincio a correre. Nel movimento non avverto stanchezza. L’energia in circolazione intorno al mio corpo si accresce attimo dopo attimo. Adesso procedo a grandi balzi schivando i piccoli specchi d’acqua - animati da cerchi concentrici - che le gocce fitte sviluppano conficcandosi a terra in mezzo alle pietre lucide.
Sono avvolto da un’ euforia speciale. E’ un punto di approdo: il risultato di una misura introdotta nel pensiero e nelle scelte di una vita più semplice e povera.
Nuda esistenza proiettata sopra un disegno più grande.
In questa esaltazione c’è consapevolezza. Brilla l’abbandono al fluire delle cose, scintilla la rassegnazione a divenire quello che già sono. Ho accettato la soddisfazione passeggera che può offrirmi un momentaneo successo di lavoro, l’incontro con lo sguardo complice di una ragazza desiderata, l’acquisto di un oggetto prestigioso che volevo possedere da tempi remoti (tutti fenomeni fantastici che da soli potrebbero giustificare l’intera vita).

Ma poi ho desiderato spingermi oltre. Nel mio entusiasmo cantano altre voci: l’accettazione del mutamento continuo, la coscienza di rappresentare un punto di passaggio minimo, mortale, casuale.

domenica, aprile 08, 2007

Sull'acqua



Originally uploaded by Inoka..
In piedi sul pontile ero quasi accecato dai bagliori solari che si spezzavano e ricomponevano sopra la superficie delle acque. Così mi risultava sempre più difficile fissare la sagoma della nave che si allontanava dal molo. Per quanti sforzi facessi, non riuscivo a ritrovare l'immagine della persona che cercavo: potevo solo vedere un magma di puntini colorati che si muovevano dentro la luce sovrana. Così la nostalgia di averti di nuovo accanto si faceva sempre più forte, attimo dopo attimo in quella danza solare allegra per tutti, dolorosa per me.

domenica, aprile 01, 2007

Andrew Smaldone




Guardate la magnificenza di questa pianta ! E' mia. Non l' ho dipinta io. E' un quadro realizzato dal mio amico pittore Andrew Smaldone. Abbiamo fatto un felice scambio di opere alcuni mesi fa: gli ho dato un mio pezzo a dominante blu con fascia bianca contenente una struttura un po' misteriosa che sembra una poltrona, lui mi ha regalato questa fantastica pianta che cresce nello spazio ma soprattutto nella mente di chi la osserva. Le foglie vibrano nell' aria immobile. A volte la pianta mi appare come un fantasma di purezza, una speranza di perfezione, una promessa dotata di forza. In altri casi mi pare una rappresentazione di fragilità, una memoria trattenuta dentro un processo di lenta cancellazione. Questo quadro un giorno varrà un sacco di soldi, ma questo è un dettaglio secondario, per è importante averlo oggi appeso alla parete della camera per poter meditare sulla luce cangiante della presenza / assenza.

giovedì, marzo 22, 2007

Callum Innes



Ci sono tante opere di altri artisti che avrei voluto fare io. Ad esempio invidio a morte il talento di Callum Innes. Confesso che praticamente amo tutti i suoi quadri. Se fossi ricco ne avrei già comprati sei o sette. Secondo me è un grande pittore. Fuori dalle mode, si è inventato un processo esecutivo originale, dal quale ottiene visioni modernissime, super eleganti, adeguate alla coscienza del nostro tempo. La sua costruzione minimalistica dello spazio mi affascina totalmente. I suoi colori poi sono strepitosi: sono pensiero puro tuffato nella luce e disperso su tela.

venerdì, marzo 16, 2007

Una camera tranquilla



Originally uploaded by sinsong.
Una stanza tutta per me. Una camera tranquilla in cui posso stare lontano dal mondo, concentrato su un disegno da sviluppare. Mi piace attraversare differenti paesaggi mentali. Me ne sto accomodato nella sontuosa poltrona. Calmo, protetto dal cerchio di luce morbida gettato dalla lampada sopra il mio taccuino. Il rumore del traffico mi arriva appena percettibile. Gli echi di guerra si sono trasformati in fioriture primaverili. Questa è la mia reggia.

lunedì, marzo 12, 2007

Peter Zumthor

Se voglio immaginare una architettura minimalista che conservi il calore di un abbraccio e il rigore di un percorso etico, penso alle opere di Peter Zumthor. La trasparenza dell'acqua, i gradini che scendono dentro il liquido, i tagli dello spazio, i colori e le materie, tutti gli elementi usati nelle terme di Vals contribuiscono a cerare una intesità percettiva ed emozionale straordinaria. Vivo meglio quando penso che esistono autori capaci di costruire questo tipo di ambiente.

mercoledì, marzo 07, 2007

Jannis Kounellis/2

Che ci faceva Jannis Kounellis ieri pomeriggio a Firenze ? Uno dei più grandi artisti viventi è stato ospite della galleria Il Ponte, per la presentazione di un libro-catalogo a lui dedicato. Protetto da un bellissimo cappotto scuro, corpulento, basso di statura, tranquillo e bonario come un oste che ti verserà un buon vino, appena comincia a parlare Kounellis si rivela per quello che è: un poeta geniale, capace di parlare una lingua che istante dopo istante – attraverso calma e riflessione - inventa concetti. Kounellis sa scolpire le idee attraverso il linguaggio volatile verbale proprio come fa con i pesanti materiali delle sue opere. Così mentre lo ascoltavo parlare sereno davanti al pubblico che affollava la galleria (posti in piedi, anche io me ne stavo appoggiato ad una parete) mi pareva di sognare. Non credevo che un genio come lui, una stella assoluta, amato dalla critica più intransigente ma anche un protagonista del mercato dell’arte, potesse essere così tranquillo, privo di qualsiasi superbia. Una presenza umana calda e affilatissima, arrivata a noi da un’altra dimensione in cui è la qualità del linguaggio a regnare e non la superficie luccicante pubblicitaria. E’ stata una esperienza incoraggiante.

giovedì, marzo 01, 2007

Toxic


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Originally uploaded by fatbombers.
Avrei voluto danzare davanti ai nuovi strepitosi graffiti su tela di Toxic, uno dei protagonisti storici della rivoluzione graffitista esplosa a New York nei primi anni Ottanta. E’ buffo che proprio la pigra Firenze – pietrificata culla del Rinascimento, città ostile più di ogni altra verso le arti contemporanee (come ho innumerevoli volte detto, scritto e pensato, arrabbiandomi anche parecchio da solo e con altri fiorentini disperati) – abbia ospitato una mostra personale di recenti freschissimi lavori che distillano l’aria frizzante di una delle ultime avanguardie novecentesche sparate dalla Grande Mela su tutto il globo, stimolando così la nostra nostalgia per un’epoca scatenata che oggi ricordiamo come fantastica e miracolosa. Il coraggio e la sapienza di riproporre Toxic al pubblico italiano viene da Sergio Tossi, gallerista talvolta anche molto sorprendente (è anche il mio gallerista, ve lo dico subito, così mi sento corretto e gioco a carte scoperte). D’altra parte Tossi ha radici iniziali di esperienza artistica conficcate in quel periodo eccellente, ed è stato capace – forse proprio per questo motivo - di offrirci una esposizione al tempo stesso celebrativa di un passato glorioso ma anche rivolta ad un futuro in fibrillazione tutto ancora da tracciare. La classe di Toxic è fuori discussione. Non c’è bisogno di ricordare che Toxic è stato l’amico fraterno e il compagno di strada dell’immenso Jean Michel Basquiat: se guardate anche solo per un minuto le grandi tele che ha realizzato in questi ultimi anni capirete che la fragranza del gesto, la felicità degli incastri geometrici, l’esplosiva energia benefica della giovinezza abitano ancora nella sua mente. Mi sono rimesso di buon umore guardando queste opere. Mi è sembrato – logico effetto – di essere ringiovanito di almeno venti anni. E inoltre mi sono sentito in ottima sintonia con il passato recente della storia dell’arte. Mi spiego. Ho amato molto la scena dei graffitisti americani. Quando le loro prime immagini arrivarono in Italia, le lessi come una sana pratica di liberazione sbocciata nelle mitiche periferie newyorchesi. Mi sembravano artisti sensazionali per la capacità di esprimere una forza vitale irresistibile, calata dentro una lingua molto raffinata e del tutto genuina. Guardando le creazioni ultime di Toxic – autore oggi più che quarantenne – mi dico che facevo bene ad amare i graffiti. Non erano un fenomeno vuoto, una moda come tante. Lì dentro c’era qualcosa che bruciava davvero. E continua a bruciare anche adesso, mentre stai leggendo queste piccole righe.

venerdì, febbraio 23, 2007

Vasco Bendini

Ho visitato la mostra antologica (opere dal 1950 al 2006) dedicata a Vasco Bendini dalla galleria d’arte fiorentina Frittelli Arte Contemporanea. Tardo pomeriggio. L’inaugurazione è vivacissima, c’è un pubblico molto grande e variegato: giovani studenti con l’aria incuriosita, artisti che spiano curiosi le opere, signori attempati con l’aspetto di agiati collezionisti. C’è folla comunque, a negare il fatto che Firenze non amerebbe l’arte contemporanea (questo è vero e falso al tempo stesso, è una storia complicata, non starò a dilungarmi in questa sede). Lo spazio sotterraneo accoglie i visitatori come un grande garage-museo tutto bianco. E’ una caverna moderna, elegante, una sorta di non-spazio trasformato a sorpresa in contenitore perfettamente funzionale alle opere esposte. Ho scarsa conoscenza delle opere di Bendini. Ripesco qualche foto affogata nella memoria. So che è un autore significativo - ormai entrato nella storia dell’arte - ma per qualche motivo (che ignoro) non ha la fama che si meriterebbe. Queste cose penso scendendo nel garage-museo. Entro nella prima sala e vedo una prima sfilata di grandi tele astratte. Subito sono colto da un impeto di allegria. I grandi quadri sono splendidi. Emanano un’energia pulita e gratificante, irradiano un calore amico dell’occhio che le guarda. Sono paesaggi evocati da una dimensione parallela alla nostra quotidiana impoverita, più felice e profonda. Abissi marini oppure panorami che si aprono dalla sommità di altissime catene montuose. Tutti questi miracoli visivi sono creati attraverso la misura e l’equilibrio di un vero maestro. Nessun compiacimento eccessivo. Nessuno sfoggio superfluo di tecnica esecutiva. Nuvole gialle sembrano uscire dalla tela e profumare l’aria. Altre volte sono piccole schegge geometriche di colore brunito - incastonate come gemme dentro lo spazio - a commuovermi. Leggo i cartellini con le didascalie e trasecolo. Imparo che queste sono le opere più recenti di Bendini (anno di nascita 1922). E’ fantastico. Sembrano quadri dipinti da un ventenne selvaggio e sublime. Non vi racconto le altre opere che ho visto. Non vi dico delle prime dense esperienze informali degli anni Cinquanta, vi lascio la curiosità per alcuni semplici e meravigliosi lavori degli anni Sessanta, non svelo le intense sperimentazioni concettuali del decennio Settanta, ecc. ecc. Devono bastarvi la meraviglia per le opere che questo artista sta facendo oggi. A dimostrazione che l’età anagrafica, quella scritta sui documenti di identità, in arte davvero non conta nulla, non esiste. Pesano il talento, la cura del linguaggio, la felicità dell’ispirazione. In Vasco Bendini questi elementi brillano con prepotenza.

mercoledì, febbraio 21, 2007

Tempo 4 / Tomoko Sugahara





Qui il lavoro del colore sembra arrivare da un processo lentissimo di sedimentazione. Calma. Potrebbe essere lo sforzo degli anni sopra una parete esposta alla crudeltà del clima, quando nelle case di campagna l'umidità provoca fioriture felici, oppure è il secco calore estivo che depura lo spazio di ogni scoria superflua. La lentezza serve a proteggere il risultato finale. Per Tomoko Sugahara dipingere è un processo in cui conta il sovrapporsi dei gesti, dei piani, delle visioni. Appaiono figure della liquidità. Sospensioni. I fluidi vengono immobilizzati per creare un paesaggio aperto alle vostre interpretazioni. Chi guarda queste tele non dovrebbe restare spettatore passivo. Qui bisogna interpretare, rischiare ipotesi di visione che naturalmente giorno dopo giorno cambieranno. Le precedenti illusioni non si cancellano ma rimangono sullo sfondo sotto forma di fantasmi attivi.

lunedì, febbraio 19, 2007

Nicola De Maria


Considero Nicola De Maria uno dei maggiori artisti viventi. L'unico astrattista del mitico gruppo della Transavanguardia ! Mi ha sempre affascinato la sua capacità di costruire lo spazio pittorico come un gioco da bambini. Le sue rappresentazioni sono dominate da una apparente semplicità, ma ad uno sguardo più profondo si rivelano per quello che sono : tavole supreme dell' intensità vitale. Il colore è sempre acceso, vivissimo, promessa di un possibile mondo molto migliore di quello in cui siamo condannati ad esistere. Tante volte, oppresso dal peso della realtà, per sopportare la delusione ho ricostruito nella mia mente lo splendido regno impresso sopra i quadri di De Maria.

lunedì, febbraio 12, 2007

Tempo 3

Alla fine scoprirò che essere stato giovane non mi è servito a nulla. E’ un discorso denso che qui non posso svolgere in tutta la sua ampiezza. Vi basti sapere che mentre facevo lezione ai miei bravissimi studenti – tutti attenti e pronti a rispondere alle mie domande, tutti brillanti nel risolvere anche i più complicati problemi che gli sottoponevo – ho avuto questa illuminazione malinconica. Ma forse è stata colpa della pioggia intensa che oltre i vetri precipitava sulla strada con un certo fragore. Di molte utopie che mi incendiavano resta la cenere. Di tanti movimenti mentali pensati per conquistare l’anima gemella – schemi, complotti, scivoli d’istinto, azzardi – rimangono scene memorabili forse utili anche per il futuro (ma in un’altra vita). Le ore – molte, variopinte, lunghe e brevi - passate a leggere romanzi e critica letteraria oggi sfumano e formano una specie di foresta fatata. Su tutta la mia gioventù è comunque calato un velo di sogno e io stesso dubito di averla davvero attraversata.

venerdì, febbraio 09, 2007

Tempo 2

E’ chiaro che potrei stare qui a guardarti dormire per sempre. Non ho bisogno di pensare a cosa potrei fare di differente dal restare a tenerti compagnia mentre il tuo corpo occupa lo spazio sopra il mio letto ed io sono sveglio senza alcun desiderio di dormire. Il silenzio così denso adesso pesa sopra il profilo del tuo viso e questo mi basta. In questo momento non mi serve un altro contenitore di tempo, mi è sufficiente la stanza notturna con la luce tenue della lampada a toccare la forma della tua esistenza mentre rifletto sulla fortuna e desidero espandere per sempre il dettaglio di stare qui seduto contro i cuscini a studiare il modo in cui respiri esile e sembri non temere nessuna corruzione, nessuna distruzione, protetta dal vestitino di velluto nero che mi piace tanto.

giovedì, febbraio 08, 2007

Tempo 1

Oggi mi è piaciuto sprecare il tempo. Volevo straziarlo come se lo odiassi a morte, ferirlo come se potessi aprirci dentro un buco, ridicolizzarlo per dimostrare che in fin dei conti si tratta di una sostanza sopravvalutata. Ci sono riuscito. L’ ho perduto senza ritegno, l’ ho lasciato fluire via senza pentirmene, anzi con intensa soddisfazione. In genere io trovo che il tempo sia preziosissimo. Il mio incubo più terribile è che il tempo riservato a me si esaurisca prima che abbia potuto portare a termine i progetti fondamentali, sognati e cullati e sperati per anni ed anni. Ma oggi pomeriggio sono stato un re. Ho gettato via le ore come inutili decorazioni che mi impediscono di vedere la forma essenziale delle esperienze.

lunedì, febbraio 05, 2007

Quale stella

Mi domando quale stella da qui posso vedere e con fatica continuare a respirare e misurare la distanza tra virtuale e reale, tra sogno illusione chimera e nuda possibilità di esistenza. Dovrò continuare a nascondermi per poi saltare fuori a sorpresa o magari sarà meglio mettersi in viaggio e restarci per sempre. Riguarda un segreto l'insieme della resistenza, superare l'orrore e decidere di rifondare ogni giorno la propria ricerca. Quale stella mi pare possa essere invocata, una specie di santità di cartapesta, un trucco da teatro povero che si arrangia con gli scarti del magazzino. E qui la lingua gira barocca si decompone e si altera. Offre una minima soddisfazione solo a me che la guardo cambiare attimo dopo attimo come lo scorrere di uno spettacolo incomprensibile.