Una stanza tutta per me. Una camera tranquilla in cui posso stare lontano dal mondo, concentrato su un disegno da sviluppare. Mi piace attraversare differenti paesaggi mentali. Me ne sto accomodato nella sontuosa poltrona. Calmo, protetto dal cerchio di luce morbida gettato dalla lampada sopra il mio taccuino. Il rumore del traffico mi arriva appena percettibile. Gli echi di guerra si sono trasformati in fioriture primaverili. Questa è la mia reggia.
venerdì, marzo 16, 2007
lunedì, marzo 12, 2007
Peter Zumthor
Se voglio immaginare una architettura minimalista che conservi il calore di un abbraccio e il rigore di un percorso etico, penso alle opere di Peter Zumthor. La trasparenza dell'acqua, i gradini che scendono dentro il liquido, i tagli dello spazio, i colori e le materie, tutti gli elementi usati nelle terme di Vals contribuiscono a cerare una intesità percettiva ed emozionale straordinaria. Vivo meglio quando penso che esistono autori capaci di costruire questo tipo di ambiente.
mercoledì, marzo 07, 2007
Jannis Kounellis/2
Che ci faceva Jannis Kounellis ieri pomeriggio a Firenze ? Uno dei più grandi artisti viventi è stato ospite della galleria Il Ponte, per la presentazione di un libro-catalogo a lui dedicato. Protetto da un bellissimo cappotto scuro, corpulento, basso di statura, tranquillo e bonario come un oste che ti verserà un buon vino, appena comincia a parlare Kounellis si rivela per quello che è: un poeta geniale, capace di parlare una lingua che istante dopo istante – attraverso calma e riflessione - inventa concetti. Kounellis sa scolpire le idee attraverso il linguaggio volatile verbale proprio come fa con i pesanti materiali delle sue opere. Così mentre lo ascoltavo parlare sereno davanti al pubblico che affollava la galleria (posti in piedi, anche io me ne stavo appoggiato ad una parete) mi pareva di sognare. Non credevo che un genio come lui, una stella assoluta, amato dalla critica più intransigente ma anche un protagonista del mercato dell’arte, potesse essere così tranquillo, privo di qualsiasi superbia. Una presenza umana calda e affilatissima, arrivata a noi da un’altra dimensione in cui è la qualità del linguaggio a regnare e non la superficie luccicante pubblicitaria. E’ stata una esperienza incoraggiante.
giovedì, marzo 01, 2007
Toxic
Avrei voluto danzare davanti ai nuovi strepitosi graffiti su tela di Toxic, uno dei protagonisti storici della rivoluzione graffitista esplosa a New York nei primi anni Ottanta. E’ buffo che proprio la pigra Firenze – pietrificata culla del Rinascimento, città ostile più di ogni altra verso le arti contemporanee (come ho innumerevoli volte detto, scritto e pensato, arrabbiandomi anche parecchio da solo e con altri fiorentini disperati) – abbia ospitato una mostra personale di recenti freschissimi lavori che distillano l’aria frizzante di una delle ultime avanguardie novecentesche sparate dalla Grande Mela su tutto il globo, stimolando così la nostra nostalgia per un’epoca scatenata che oggi ricordiamo come fantastica e miracolosa. Il coraggio e la sapienza di riproporre Toxic al pubblico italiano viene da Sergio Tossi, gallerista talvolta anche molto sorprendente (è anche il mio gallerista, ve lo dico subito, così mi sento corretto e gioco a carte scoperte). D’altra parte Tossi ha radici iniziali di esperienza artistica conficcate in quel periodo eccellente, ed è stato capace – forse proprio per questo motivo - di offrirci una esposizione al tempo stesso celebrativa di un passato glorioso ma anche rivolta ad un futuro in fibrillazione tutto ancora da tracciare. La classe di Toxic è fuori discussione. Non c’è bisogno di ricordare che Toxic è stato l’amico fraterno e il compagno di strada dell’immenso Jean Michel Basquiat: se guardate anche solo per un minuto le grandi tele che ha realizzato in questi ultimi anni capirete che la fragranza del gesto, la felicità degli incastri geometrici, l’esplosiva energia benefica della giovinezza abitano ancora nella sua mente. Mi sono rimesso di buon umore guardando queste opere. Mi è sembrato – logico effetto – di essere ringiovanito di almeno venti anni. E inoltre mi sono sentito in ottima sintonia con il passato recente della storia dell’arte. Mi spiego. Ho amato molto la scena dei graffitisti americani. Quando le loro prime immagini arrivarono in Italia, le lessi come una sana pratica di liberazione sbocciata nelle mitiche periferie newyorchesi. Mi sembravano artisti sensazionali per la capacità di esprimere una forza vitale irresistibile, calata dentro una lingua molto raffinata e del tutto genuina. Guardando le creazioni ultime di Toxic – autore oggi più che quarantenne – mi dico che facevo bene ad amare i graffiti. Non erano un fenomeno vuoto, una moda come tante. Lì dentro c’era qualcosa che bruciava davvero. E continua a bruciare anche adesso, mentre stai leggendo queste piccole righe.
venerdì, febbraio 23, 2007
Vasco Bendini
Ho visitato la mostra antologica (opere dal 1950 al 2006) dedicata a Vasco Bendini dalla galleria d’arte fiorentina Frittelli Arte Contemporanea. Tardo pomeriggio. L’inaugurazione è vivacissima, c’è un pubblico molto grande e variegato: giovani studenti con l’aria incuriosita, artisti che spiano curiosi le opere, signori attempati con l’aspetto di agiati collezionisti. C’è folla comunque, a negare il fatto che Firenze non amerebbe l’arte contemporanea (questo è vero e falso al tempo stesso, è una storia complicata, non starò a dilungarmi in questa sede). Lo spazio sotterraneo accoglie i visitatori come un grande garage-museo tutto bianco. E’ una caverna moderna, elegante, una sorta di non-spazio trasformato a sorpresa in contenitore perfettamente funzionale alle opere esposte. Ho scarsa conoscenza delle opere di Bendini. Ripesco qualche foto affogata nella memoria. So che è un autore significativo - ormai entrato nella storia dell’arte - ma per qualche motivo (che ignoro) non ha la fama che si meriterebbe. Queste cose penso scendendo nel garage-museo. Entro nella prima sala e vedo una prima sfilata di grandi tele astratte. Subito sono colto da un impeto di allegria. I grandi quadri sono splendidi. Emanano un’energia pulita e gratificante, irradiano un calore amico dell’occhio che le guarda. Sono paesaggi evocati da una dimensione parallela alla nostra quotidiana impoverita, più felice e profonda. Abissi marini oppure panorami che si aprono dalla sommità di altissime catene montuose. Tutti questi miracoli visivi sono creati attraverso la misura e l’equilibrio di un vero maestro. Nessun compiacimento eccessivo. Nessuno sfoggio superfluo di tecnica esecutiva. Nuvole gialle sembrano uscire dalla tela e profumare l’aria. Altre volte sono piccole schegge geometriche di colore brunito - incastonate come gemme dentro lo spazio - a commuovermi. Leggo i cartellini con le didascalie e trasecolo. Imparo che queste sono le opere più recenti di Bendini (anno di nascita 1922). E’ fantastico. Sembrano quadri dipinti da un ventenne selvaggio e sublime. Non vi racconto le altre opere che ho visto. Non vi dico delle prime dense esperienze informali degli anni Cinquanta, vi lascio la curiosità per alcuni semplici e meravigliosi lavori degli anni Sessanta, non svelo le intense sperimentazioni concettuali del decennio Settanta, ecc. ecc. Devono bastarvi la meraviglia per le opere che questo artista sta facendo oggi. A dimostrazione che l’età anagrafica, quella scritta sui documenti di identità, in arte davvero non conta nulla, non esiste. Pesano il talento, la cura del linguaggio, la felicità dell’ispirazione. In Vasco Bendini questi elementi brillano con prepotenza.
mercoledì, febbraio 21, 2007
Tempo 4 / Tomoko Sugahara

lunedì, febbraio 19, 2007
Nicola De Maria

Considero Nicola De Maria uno dei maggiori artisti viventi. L'unico astrattista del mitico gruppo della Transavanguardia ! Mi ha sempre affascinato la sua capacità di costruire lo spazio pittorico come un gioco da bambini. Le sue rappresentazioni sono dominate da una apparente semplicità, ma ad uno sguardo più profondo si rivelano per quello che sono : tavole supreme dell' intensità vitale. Il colore è sempre acceso, vivissimo, promessa di un possibile mondo molto migliore di quello in cui siamo condannati ad esistere. Tante volte, oppresso dal peso della realtà, per sopportare la delusione ho ricostruito nella mia mente lo splendido regno impresso sopra i quadri di De Maria.
lunedì, febbraio 12, 2007
Tempo 3
Alla fine scoprirò che essere stato giovane non mi è servito a nulla. E’ un discorso denso che qui non posso svolgere in tutta la sua ampiezza. Vi basti sapere che mentre facevo lezione ai miei bravissimi studenti – tutti attenti e pronti a rispondere alle mie domande, tutti brillanti nel risolvere anche i più complicati problemi che gli sottoponevo – ho avuto questa illuminazione malinconica. Ma forse è stata colpa della pioggia intensa che oltre i vetri precipitava sulla strada con un certo fragore. Di molte utopie che mi incendiavano resta la cenere. Di tanti movimenti mentali pensati per conquistare l’anima gemella – schemi, complotti, scivoli d’istinto, azzardi – rimangono scene memorabili forse utili anche per il futuro (ma in un’altra vita). Le ore – molte, variopinte, lunghe e brevi - passate a leggere romanzi e critica letteraria oggi sfumano e formano una specie di foresta fatata. Su tutta la mia gioventù è comunque calato un velo di sogno e io stesso dubito di averla davvero attraversata.
venerdì, febbraio 09, 2007
Tempo 2
E’ chiaro che potrei stare qui a guardarti dormire per sempre. Non ho bisogno di pensare a cosa potrei fare di differente dal restare a tenerti compagnia mentre il tuo corpo occupa lo spazio sopra il mio letto ed io sono sveglio senza alcun desiderio di dormire. Il silenzio così denso adesso pesa sopra il profilo del tuo viso e questo mi basta. In questo momento non mi serve un altro contenitore di tempo, mi è sufficiente la stanza notturna con la luce tenue della lampada a toccare la forma della tua esistenza mentre rifletto sulla fortuna e desidero espandere per sempre il dettaglio di stare qui seduto contro i cuscini a studiare il modo in cui respiri esile e sembri non temere nessuna corruzione, nessuna distruzione, protetta dal vestitino di velluto nero che mi piace tanto.
giovedì, febbraio 08, 2007
Tempo 1
Oggi mi è piaciuto sprecare il tempo. Volevo straziarlo come se lo odiassi a morte, ferirlo come se potessi aprirci dentro un buco, ridicolizzarlo per dimostrare che in fin dei conti si tratta di una sostanza sopravvalutata. Ci sono riuscito. L’ ho perduto senza ritegno, l’ ho lasciato fluire via senza pentirmene, anzi con intensa soddisfazione. In genere io trovo che il tempo sia preziosissimo. Il mio incubo più terribile è che il tempo riservato a me si esaurisca prima che abbia potuto portare a termine i progetti fondamentali, sognati e cullati e sperati per anni ed anni. Ma oggi pomeriggio sono stato un re. Ho gettato via le ore come inutili decorazioni che mi impediscono di vedere la forma essenziale delle esperienze.
lunedì, febbraio 05, 2007
Quale stella
Mi domando quale stella da qui posso vedere e con fatica continuare a respirare e misurare la distanza tra virtuale e reale, tra sogno illusione chimera e nuda possibilità di esistenza. Dovrò continuare a nascondermi per poi saltare fuori a sorpresa o magari sarà meglio mettersi in viaggio e restarci per sempre. Riguarda un segreto l'insieme della resistenza, superare l'orrore e decidere di rifondare ogni giorno la propria ricerca. Quale stella mi pare possa essere invocata, una specie di santità di cartapesta, un trucco da teatro povero che si arrangia con gli scarti del magazzino. E qui la lingua gira barocca si decompone e si altera. Offre una minima soddisfazione solo a me che la guardo cambiare attimo dopo attimo come lo scorrere di uno spettacolo incomprensibile.
domenica, gennaio 28, 2007
Jannis Kounellis
La sensazione di pericolo è sospesa proprio dentro l'area della nostra minima sopravvivenza. Qui la lama funziona come un ponte verso l'esterno ma anche come una chiusura mortifera, un rischio potenziale, una promessa di distruzione. L'immobilità dei materiali e la guizzante vitalità del pesciolino. Un' opera inquietante di Kounellis nella quale oggi posso perfettamente immedesimarmi.
mercoledì, gennaio 17, 2007
La quieta stanza
Entrare in quella stanza calma mi aveva reso in qualche modo migliore. Ero entrato nervoso, preoccupato per i problemi che avrei dovuto sciogliere nei giorni successivi. Ascoltavo il silenzio, guardavo la parete gialla su cui si riverberava l'ombra della sedia appoggiata come una scultura molto espressiva. Ma soprattutto ero attratto dalla luminosità che penetrava attraverso la finestra. Era un tipo di luce tenera che sembrava capace di nutrire la carenza di memoria che mi tormentava...
lunedì, gennaio 15, 2007
under the tokyo tower
Che posso dirvi... è un po' come stare sospeso in spirito fuori del mio corpo, svolazzando qua e là, in preda al desiderio di curiosare senza freni, trasportato dal vento, dal caso, dal capriccio di un momento di ebbrezza. Oppure è un'onda che ritorna e mi colma di rimpianto per quella sera invernale in cui il freddo trasformava ogni materia in porcellana lucida e luminosa...
domenica, gennaio 14, 2007
Ancora sul minimalismo
Un nutrimento misurato ma tendente all'infinito, una potenzialità aperta, un regno in cui la curiosità si mantiene attiva. L'energia non ristagna ma si alza in volo e si diffonde su ogni singolo elemento della scena. Maggiore riduzione qui corrisponde a maggiore profondità. E può essere una splendente risposta al rumore di fondo di sangue e distruzioni e incendi che percorrono il mondo da sempre...
mercoledì, gennaio 10, 2007
Tremlett al museo Pecci

Visitare la mostra retrospettiva (opere dal 1969 al 2006) dell’inglese David Tremlett è stata una esperienza vivificante. Ha funzionato come una specie di terapia contro la depressione. In compagnia di un paio di amici artisti ho attraversato con grande soddisfazione le sale (semideserte) del museo Pecci di Prato. Conosco il lavoro di Tremlett da molti anni, ma non avevo mai visto tante sue opere tutte insieme. Il suo è un linguaggio molto orientato verso il minimalismo, ma attenzione : si tratta di un minimalismo caldo che non rinuncia alla vibrazione del colore, all’intreccio suggestivo delle linee, alla potenza emotiva dell’architettura complessiva. Mi sono sembrate bellissime le grandi opere su carta, i monocromi profondi tagliati da linee di frattura. Più di tutto mi hanno emozionato i grandi wall drawings, quelle opere su parete semplici ma indimenticabili, capaci di mantenere sempre una misura intima di autenticità, che lo hanno reso famoso. Una mostra coraggiosa. Un antidoto contro tanti fragorosi (e vuoti) spettacoli ai quali troppo spesso veniamo condannati.
sabato, gennaio 06, 2007
Barnett Newman
Quando penso alla purezza del desiderio, se voglio spingermi oltre l’oggetto immediato della mia immaginazione, per comprendere il fondamento della mia intensità posso tentare di materializzare dentro la mente il rosso di un grande quadro di Barnett Newman. Quando appare funziona come un campo magnetico che risucchia ogni ambizione, cancella le tensioni, porta pace dentro tutti i conflitti. Qui trovo la quiete e il compimento della ricerca. L’inquietudine quotidiana si scioglie dentro una costruzione dello spazio tanto perfetta da apparire assolutamente naturale.
Paradiso perduto
Sai credo di poterti spiegare tutto meglio in un altro momento quando le azioni compiute si staglieranno nella luce netta fedeli all’idea iniziale che mi ha ossessionato e direi scavato in quelle zone dell’esperienza più intime e protette come quando ascoltavo seduto nel buio della sala piena di gente sprofondato nella poltrona in una posizione non troppo comoda con le gambe ripiegate osservavo i musicisti ammirando le figure magre stringere gli strumenti sopra il palcoscenico quadrato e mentre si sprigionava un magma sonoro potente e l’energia arrivava a toccare la mia poltrona diventata a sorpresa il luogo più accogliente della terra ho cercato di definire l’effetto che i miei quadri dovrebbero fare ad uno spettatore curioso mi auguro che accendano la nostalgia per una pienezza di esperimento dovrebbero esprimere la soddisfazione di essere un sognatore ho immaginato di rendere concreta una lingua capace di comunicare attraverso simboli personali vorrei costruire un paesaggio interiore al tempo stesso ribaltato sull’esterno un ponte verso le persone che amo per confessare le sconfitte e il desiderio di riscatto e il dolore di essere invecchiato a dismisura fino a sentirmi uno sciocco capace solo di edificare un piccolo nulla poi mentre pensavo queste cose sai mi sono anche sentito ridicolo per l’ossessione dell’identità scintillante che in modo ingenuo mi ostino ad inseguire senza comprendere che si tratta di una illusione romantica fuori dal tempo infatti tutti i pensatori che ammiro hanno decretato che la tecnica in questa epoca trionfa e le nostre emozioni saranno costrette a rinnovarsi dentro questo orizzonte lo so bene ho una collezione di libri molto preoccupanti e mi sono spesso scoraggiato ma sai è sempre arrivato un fenomeno imprevisto una scena un suono una persona a salvarmi come quando ho letto nel diario dell’architetto Aldo Rossi che il progetto del cimitero di Modena gli era da subito apparso come un modo per prendere congedo dalla propria giovinezza e per allontanarsi dal passato ricomponendo una frattura allora questa riflessione mi ha colpito con una enorme forza perché riconduce l’opera alle aspirazioni alle debolezze alle necessità di chi l’ ha immaginata e questo mi sembra il modo migliore per stare almeno un attimo davvero vicini ad un gesto che abbiamo fatto prima che svanisca per sempre.
venerdì, gennaio 05, 2007
Cieli, piscine, pericoli
Unico e sempre cangiante. Invocato per ottenere protezione dalle sventure che ci minacciano, altre volte maledetto per quelle che ci hanno già colpito. Lo immaginiamo popolato da schiere di angeli che spiano con benevolenza le nostre modeste attività, ma quando le cose girano al peggio e la delusione ci travolge, siamo rapidi nel giudicarlo come uno spazio del tutto vuoto: un palcoscenico abbandonato dalle divinità che ci offre lo spettacolo della desolazione celeste.
Il cielo è sempre uguale a se stesso ma anche eternamente sottoposto ai cambiamenti di capricciose correnti, trasformato dal continuo mutare dei colori, attraversato dalle proiezioni intime di chi lo osserva.
Dal mio punto di vista la sostanza di cui è fatto il cielo assomiglia più di tutto all’acqua. Una delle mie opere d’arte preferite è un famoso quadro di David Hockey in cui un giovane uomo – pantaloni bianchi e giacca rossa, capelli lunghi biondi - è in piedi davanti al bordo di una piscina e guarda dritto davanti a sé per studiare la figura di un altro uomo che sta nuotando immerso a pelo d’acqua. La scena è collocata in una ridente vallata, con colline rigogliose di verde natura, nella piena luce di una splendida giornata estiva. La concentrazione rivolta dal giovane alla profondità di quella piscina mi ha sempre fatto pensare – fin dalla prima volta che vidi il quadro – all’immensità del cielo. Nella mia percezione, lo spazio liquido di Hockey rimanda sempre alla speranzosa contemplazione del cielo, quando siamo in attesa di un miracolo che possa arrivare da quella instabile materia.
Vere e proprie rappresentazioni del cielo mi sono sempre sembrate anche le opere di Mark Rothko e Franz Kline. Ma si tratta di orizzonti molto differenti.
Nel primo caso – penso soprattutto nelle tele basate sui colori di terra, con quelle tonalità marroni che sprofondano nel viola – vedo cieli di pura meditazione. Rothko aveva questa capacità straordinaria di creare luoghi di infinita quiete. Sono immagini di un paradiso immobile, un posto situato al di là delle nostre più lontane speranze, una porzione di colore assoluto in cui regna una compostezza senza tempo. Qui non c’è bisogno di desiderare più nulla perché ogni aspirazione è già realizzata.
Al contrario i cieli di Kline sono campi di battaglia in bianco e nero. Luoghi pesanti che assomigliano molto a quelli in cui viviamo nella realtà. Spazi pieni di vento nei quali si scontrano forze imponenti. Quando osservo le dinamiche in atto dentro questi cieli tempestosi non sono più un semplice spettatore protetto dalla tradizionale distanza fra opera e pubblico. Capisco di essere in pericolo. Mi sento incalzato dallo scorrere del tempo. Le ferite del passato ricominciano a sanguinare. La furia di questa pittura mi conferma che nessuna redenzione sarà possibile.
Il cielo è sempre uguale a se stesso ma anche eternamente sottoposto ai cambiamenti di capricciose correnti, trasformato dal continuo mutare dei colori, attraversato dalle proiezioni intime di chi lo osserva.
Dal mio punto di vista la sostanza di cui è fatto il cielo assomiglia più di tutto all’acqua. Una delle mie opere d’arte preferite è un famoso quadro di David Hockey in cui un giovane uomo – pantaloni bianchi e giacca rossa, capelli lunghi biondi - è in piedi davanti al bordo di una piscina e guarda dritto davanti a sé per studiare la figura di un altro uomo che sta nuotando immerso a pelo d’acqua. La scena è collocata in una ridente vallata, con colline rigogliose di verde natura, nella piena luce di una splendida giornata estiva. La concentrazione rivolta dal giovane alla profondità di quella piscina mi ha sempre fatto pensare – fin dalla prima volta che vidi il quadro – all’immensità del cielo. Nella mia percezione, lo spazio liquido di Hockey rimanda sempre alla speranzosa contemplazione del cielo, quando siamo in attesa di un miracolo che possa arrivare da quella instabile materia.
Vere e proprie rappresentazioni del cielo mi sono sempre sembrate anche le opere di Mark Rothko e Franz Kline. Ma si tratta di orizzonti molto differenti.
Nel primo caso – penso soprattutto nelle tele basate sui colori di terra, con quelle tonalità marroni che sprofondano nel viola – vedo cieli di pura meditazione. Rothko aveva questa capacità straordinaria di creare luoghi di infinita quiete. Sono immagini di un paradiso immobile, un posto situato al di là delle nostre più lontane speranze, una porzione di colore assoluto in cui regna una compostezza senza tempo. Qui non c’è bisogno di desiderare più nulla perché ogni aspirazione è già realizzata.
Al contrario i cieli di Kline sono campi di battaglia in bianco e nero. Luoghi pesanti che assomigliano molto a quelli in cui viviamo nella realtà. Spazi pieni di vento nei quali si scontrano forze imponenti. Quando osservo le dinamiche in atto dentro questi cieli tempestosi non sono più un semplice spettatore protetto dalla tradizionale distanza fra opera e pubblico. Capisco di essere in pericolo. Mi sento incalzato dallo scorrere del tempo. Le ferite del passato ricominciano a sanguinare. La furia di questa pittura mi conferma che nessuna redenzione sarà possibile.
giovedì, gennaio 04, 2007
Waterlilies
Contemplare Monet al Moma potrebbe essere un ottimo inizio per il 2007...
mercoledì, gennaio 03, 2007
TRENTANOVE

La scelta minimalista, la riduzione stilistica, mi appare oggi come una strada etica percorribile nel mondo sovraffollato di merci molto spesso inutili. Avverto il bisogno di eliminare la zavorra per tentare di recuperare uno sguardo purificato che possa viaggiare veloce e penetrante dentro la realtà e dentro i sogni di modificarla. Cerco una cifra essenziale anche nei sogni. Se l’utopia è formata da pochi tratti combinati in modo differente su vari livelli, sarà forse più facile realizzarne almeno una parte, fosse anche una frazione minima. Less is more. Un motto che attraverso gli anni mi sembra splendere sempre di più. Voglio adottarlo come una specie di talismano augurale per il nuovo anno appena iniziato.
domenica, dicembre 03, 2006
TRENTOTTO

Adesso – dopo una cena abbondante ma innervata di segreta malinconia, nell’incombere delle festività natalizie – mi confessi il tuo disgusto per i tempi presenti, in corsa verso il nonsenso e la noia moltiplicata dentro i reality show extra televisivi che ci costringono a sopportare per ferirci, per umiliarci, per tenerci sotto tiro. Mi dici che le generazioni precedenti hanno avuto ben altro coraggio, un’altra capacita di sognare e immaginare modi di vita possibili. Gli esempi non mancano. Hai presente la forza dolce dei metalli e dei sacchi di carbone nelle installazioni di Kounellis ? proprio come si trattasse di una pittura tirata fuori dalle regole e dai recinti che la costringevano. E ti ricordi le persiane di Tano Festa ? così dolenti e vere, non era possibile concretizzare un pezzo di vita che fosse più commovente di quello… per non parlare dei monocromi di Schifano, specchi di anima, lago di energia, una preghiera. E più tardi i suoi paesaggi anemici, una serie così intensa che se ti imbatti oggi in uno di quei pezzi, non puoi fare altro che metterti a piangere direttamente lì davanti…e le armi di Pino Pascali ? Chi possiede oggi la leggerezza ed il coraggio politico di inventarsi delle opere così ? eppure, mi dici, ce ne sarebbe un gran bisogno…io ti ascolto senza dire una parola, sono affascinato, incantato ! ti seguo e mi catturi tanto profondamente nella tua analisi storica e sentimentale che non riesco neppure a dirti che sono del tutto d’accordo con te. Mi limito a sorridere, batto con un piede sul pavimento seguendo la musica in sottofondo, riempio di vino i nostri bicchieri ogni volta che scorgo i vetri prosciugati…
sabato, novembre 25, 2006
TRENTASETTE
Assolutamente impreparato agli eventi. Molto affaticato in questo periodo per questioni di lavoro, cose anche delicate e quindi da affrontare con cautela. Troppo cedevole verso le lusinghe che il mondo mi offre di continuo. Spesso disgustato dalla mia facilità nel cadere in tentazioni di ogni genere, specialmente in quelle legate allo splendore dei sensi, dei sogni, delle utopie dalle quali è poi doloroso risvegliarsi. E a proposito di risvegli. Un paio di situazioni realmente accadute o forse sognate. Decidete voi. La prima. Cammino per strada, sono nel centro storico di Firenze. Intravedo a distanza la piccola strega. Vestita di nero, deforme o bella, non ricordo, e non importa in questa sede. Non voglio salutarla. Tengo basso lo sguardo sul marciapiede. Mi passa accanto muta. Quando credo di esserle sfuggito sento alle mie spalle il suo tono ghignante che mi ordina di voltarmi. Non lo faccio. Allora mi grida dietro qualche raccapricciante minaccia. Io proseguo senza voltarmi ma è come se la sua voce avesse strusciato le unghie sopra la mia spina dorsale. La seconda. Sono seduto nel mio comodo ufficio, dentro una famosa università americana, in mezzo ad una foresta. Davanti a me c’è un grande intellettuale italiano che mi spiega – con preoccupazione – che la mia ignoranza in materia scientifica è enorme. Accidenti, mi dice, così non va ! Non troverai mai un lavoro soddisfacente ! E subito dopo comincia a riempire di calcoli complicatissimi, veri geroglifici senza senso (ma esteticamente piacevoli) una spaziosa lavagna bagnata dai raggi di sole.
martedì, novembre 07, 2006
TRENTASEI
Pochi giorni fa – sul finire del mese di ottobre - è morto Emilio Vedova. Uno egli artisti che ho amato di più in assoluto. L’ammirazione per i suoi dipinti è sempre stata per me una molla ad agire, una ispirazione potentissima (anche se piombata dentro la mia zucca troppo vuota), una fonte di gioia fisica e mentale. Quando ero giovane apprezzavo soprattutto l’esplosione di energia incontenibile che emanavano i colori sopra le sue grandi tele. Mi pareva che quelle opere contenessero – in una miracolosa condizione paradossale – un furore incontenibile. Mi specchiavo dentro quella violenza e mi sentivo liberato dal peso del mondo. In quelle stesse opere oggi, guardandole con i miei occhi invecchiati, vedo regnare una specie di magico ordine supremo: mi pare che il furore si configuri in strutture di perfetto equilibrio. Il sublime esiste e Vedova lo ha catturato in una pittura di energia, gesti e armonia.
mercoledì, novembre 01, 2006
TRENTACINQUE
Un po’ di cose che mi piacciono. Ad esempio alcuni cd. Vrioon, di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto. Questo connubio tra elettronica minimale e cellule sonore pianistiche mi ha suggerito non poche strutture visive che poi ho tentato di materializzare dentro i miei quadri…Snow Borne Sorrow, di Nine Horses. Oggi David Sylvian mi pare uno dei pochi sperimentatori accesi da un fuoco di resistenza agli imperativi del mercato pop più facile. Riflessivo e intenso, invernale e caldo al tempo stesso. Surrogate Cities, di Heiner Goebbles. Quando ho ascoltato per la prima volta questa opera – durante la trasmissione radiofonica di un concerto live di Goebbels, a Radio 3 – non credevo ai miei orecchi. Musica contemporanea al massimo grado di piacere uditivo. Senne Sing Song, di Misha Mengelberg. Ignoravo l’esistenza di questo pianista (e vivevo tranquillo) ma grazie alla casa discografica di John Zorn l’ ho scoperto. Adesso non ci rinuncerei per nessun motivo. Mengelberg non è un giovanetto, ma suona come uno scatenato ventenne. Unknown Pleasures, Joy Division, anno di grazia 1979. Questa è leggenda pura. Copertina storica. Contenuto soprannaturale. Che altro posso dirvi ? Immaginate la luce mistica dei quadri di Rothko più scuri, buttata sopra una installazione di Jannis Kounellis, il tutto dentro una stanza disegnata da Adolf Loos. Non vi basta ? Allora andiamo avanti con i libri. Aldo Rossi, Autobiografia scientifica. Guardando le sue architetture vi siete fatti l’idea di un uomo duro, dogmatico, impenetrabile ? Avete sbagliato. Leggete questi saggi/diario per scoprire l’anima di un intellettuale di stellare sensibilità. Gilles Deleuze, Pourparler. Meno arduo che nei celeberrimi saggi, in queste conversazioni Deleuze disegna chiaramente le linee fondanti del suo pensiero. E’ come entrare nello studio di un genio e mettersi a guardare dentro tutti i cassetti che vi incuriosiscono. W.G. Sebald, Austerlitz. Qui la narrazione diventa strumento supremo di conoscenza del mondo. L’autobiografia – reale o immaginaria che sia – esplode in una immensità di frammenti poi ricomposti a sorpresa con un gesto di supremo talento. Rick Moody, Rosso Americano. Leggete questa citazione: ‘Di colpo gli erano tornate in mente le notti che aveva trascorso insonne per la rivelazione di questo pensiero, in piedi davanti al frigo aperto, singhiozzando, con in mano un cartone di latte (su cui erano stampate foto di bambini scomparsi), in lacrime, sapendo che la sua vita aveva saltato la carreggiata ’. Adesso avete capito perché mi piace. Cormac McCarthy, Oltre il confine. Personaggi e tragedie stile western calati in una natura incontaminata, raccontati con la solennità e la profondità di Omero. Massimo incanto soffiato dentro geometrie narrative strabilianti. Unico mio rimpianto: essere un cane in inglese e quindi non poterlo leggere in lingua originale.
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