Assolutamente impreparato agli eventi. Molto affaticato in questo periodo per questioni di lavoro, cose anche delicate e quindi da affrontare con cautela. Troppo cedevole verso le lusinghe che il mondo mi offre di continuo. Spesso disgustato dalla mia facilità nel cadere in tentazioni di ogni genere, specialmente in quelle legate allo splendore dei sensi, dei sogni, delle utopie dalle quali è poi doloroso risvegliarsi. E a proposito di risvegli. Un paio di situazioni realmente accadute o forse sognate. Decidete voi. La prima. Cammino per strada, sono nel centro storico di Firenze. Intravedo a distanza la piccola strega. Vestita di nero, deforme o bella, non ricordo, e non importa in questa sede. Non voglio salutarla. Tengo basso lo sguardo sul marciapiede. Mi passa accanto muta. Quando credo di esserle sfuggito sento alle mie spalle il suo tono ghignante che mi ordina di voltarmi. Non lo faccio. Allora mi grida dietro qualche raccapricciante minaccia. Io proseguo senza voltarmi ma è come se la sua voce avesse strusciato le unghie sopra la mia spina dorsale. La seconda. Sono seduto nel mio comodo ufficio, dentro una famosa università americana, in mezzo ad una foresta. Davanti a me c’è un grande intellettuale italiano che mi spiega – con preoccupazione – che la mia ignoranza in materia scientifica è enorme. Accidenti, mi dice, così non va ! Non troverai mai un lavoro soddisfacente ! E subito dopo comincia a riempire di calcoli complicatissimi, veri geroglifici senza senso (ma esteticamente piacevoli) una spaziosa lavagna bagnata dai raggi di sole.
sabato, novembre 25, 2006
martedì, novembre 07, 2006
TRENTASEI
Pochi giorni fa – sul finire del mese di ottobre - è morto Emilio Vedova. Uno egli artisti che ho amato di più in assoluto. L’ammirazione per i suoi dipinti è sempre stata per me una molla ad agire, una ispirazione potentissima (anche se piombata dentro la mia zucca troppo vuota), una fonte di gioia fisica e mentale. Quando ero giovane apprezzavo soprattutto l’esplosione di energia incontenibile che emanavano i colori sopra le sue grandi tele. Mi pareva che quelle opere contenessero – in una miracolosa condizione paradossale – un furore incontenibile. Mi specchiavo dentro quella violenza e mi sentivo liberato dal peso del mondo. In quelle stesse opere oggi, guardandole con i miei occhi invecchiati, vedo regnare una specie di magico ordine supremo: mi pare che il furore si configuri in strutture di perfetto equilibrio. Il sublime esiste e Vedova lo ha catturato in una pittura di energia, gesti e armonia.
mercoledì, novembre 01, 2006
TRENTACINQUE
Un po’ di cose che mi piacciono. Ad esempio alcuni cd. Vrioon, di Alva Noto e Ryuichi Sakamoto. Questo connubio tra elettronica minimale e cellule sonore pianistiche mi ha suggerito non poche strutture visive che poi ho tentato di materializzare dentro i miei quadri…Snow Borne Sorrow, di Nine Horses. Oggi David Sylvian mi pare uno dei pochi sperimentatori accesi da un fuoco di resistenza agli imperativi del mercato pop più facile. Riflessivo e intenso, invernale e caldo al tempo stesso. Surrogate Cities, di Heiner Goebbles. Quando ho ascoltato per la prima volta questa opera – durante la trasmissione radiofonica di un concerto live di Goebbels, a Radio 3 – non credevo ai miei orecchi. Musica contemporanea al massimo grado di piacere uditivo. Senne Sing Song, di Misha Mengelberg. Ignoravo l’esistenza di questo pianista (e vivevo tranquillo) ma grazie alla casa discografica di John Zorn l’ ho scoperto. Adesso non ci rinuncerei per nessun motivo. Mengelberg non è un giovanetto, ma suona come uno scatenato ventenne. Unknown Pleasures, Joy Division, anno di grazia 1979. Questa è leggenda pura. Copertina storica. Contenuto soprannaturale. Che altro posso dirvi ? Immaginate la luce mistica dei quadri di Rothko più scuri, buttata sopra una installazione di Jannis Kounellis, il tutto dentro una stanza disegnata da Adolf Loos. Non vi basta ? Allora andiamo avanti con i libri. Aldo Rossi, Autobiografia scientifica. Guardando le sue architetture vi siete fatti l’idea di un uomo duro, dogmatico, impenetrabile ? Avete sbagliato. Leggete questi saggi/diario per scoprire l’anima di un intellettuale di stellare sensibilità. Gilles Deleuze, Pourparler. Meno arduo che nei celeberrimi saggi, in queste conversazioni Deleuze disegna chiaramente le linee fondanti del suo pensiero. E’ come entrare nello studio di un genio e mettersi a guardare dentro tutti i cassetti che vi incuriosiscono. W.G. Sebald, Austerlitz. Qui la narrazione diventa strumento supremo di conoscenza del mondo. L’autobiografia – reale o immaginaria che sia – esplode in una immensità di frammenti poi ricomposti a sorpresa con un gesto di supremo talento. Rick Moody, Rosso Americano. Leggete questa citazione: ‘Di colpo gli erano tornate in mente le notti che aveva trascorso insonne per la rivelazione di questo pensiero, in piedi davanti al frigo aperto, singhiozzando, con in mano un cartone di latte (su cui erano stampate foto di bambini scomparsi), in lacrime, sapendo che la sua vita aveva saltato la carreggiata ’. Adesso avete capito perché mi piace. Cormac McCarthy, Oltre il confine. Personaggi e tragedie stile western calati in una natura incontaminata, raccontati con la solennità e la profondità di Omero. Massimo incanto soffiato dentro geometrie narrative strabilianti. Unico mio rimpianto: essere un cane in inglese e quindi non poterlo leggere in lingua originale.
lunedì, ottobre 30, 2006
TRENTAQUATTRO
Bellezza svanita, presenza dissolta in un fuoco che la memoria alimenta se mi concentro a seguire la musica che riesco a comporre in questo pomeriggio più buio. C’è qualcosa da rimpiangere ? Avrei dovuto essere più coraggioso ? Certamente sì. Avrei potuto spezzare il cerchio degli eventi destinati a ripetersi con un soprassalto di vitalità. Bellezza fuggita nel solito altrove irraggiungibile. Ma comunque sono stato bravo negli attimi successivi a trovare le giustificazioni per il mancato trionfo: la pioggia sottile che mi impediva di vedere con nettezza, il riflesso bagnato della strada che aumentava l’oscurità, il peso di una ambizione ridicola legato sopra le spalle. Non possedevo il segreto della leggerezza in quella sera consacrata alla perdita. Ma anche in seguito quel segreto di armonia tra aspirazioni e risultati, fra istinti di possesso animalesco e desiderio di distacco, doveva rimanere chiuso ai percorsi della mia volontà. Se adesso volessi chiedere perdono non potrei fare altro che quello che già sto facendo. Suonare senza guardare la tastiera, lasciando molto spazio di risonanza tra una nota e l’altra. Spero di attenuare la distanza che mi separa dalle persone che ho perduto.
domenica, ottobre 29, 2006
TRENTATRE'
Siamo davvero sicuri che l’essenza dell’arte, il suo nucleo caldo e significativo, sia oggi racchiuso dentro la capacità di comunicare emozioni fragorose e spettacolari ? Davvero il valore di un’opera – libro, quadro, installazione, film – dobbiamo misuralo principalmente a seconda della sua forza di impatto immediato contro l’immaginazione del pubblico ? Più gli anni passano, più invecchio, e meno sono convinto di questa deriva spettacolare che ha investito le pratiche artistiche durante gli ultimi venti anni. Sempre più spesso mi trovo a rivalutare la scelta di una misura selettiva: un gesto di riduzione mi appare necessario, come una medicina, un antidoto al proliferare infinito delle merci, dei bisogni creati artificialmente, dei rumori, dei conflitti irrisolti. Parlare a voce più bassa permette di raccontare qualcosa di più intenso. Non è una grande scoperta la mia, in fin dei conti ci sono sempre state menti più sottili ad ammonirci che less is more. Però devo ammetterlo, solo in anni recenti questa frase si è caricata per me di una reale profondità, ha acquistato un suo splendore di salvezza. La diminuzione degli elementi in gioco permette una maggiore concentrazione sui punti espressivi che mi stanno davvero a cuore. Scimmiottare le notizie di cronaca non porta alla scrittura di capolavori. Duplicare le immagini che già inondano il circuito planetario delle televisioni non mi appare una prospettiva allettante. Selezionare una ridotta strumentazione non significa operare in un regime di povertà espressiva, anzi, permette una felice sintesi. Sono i lavori di alcuni architetti a mostrarmi la possibilità di uscire dall’incubo delle moltiplicazioni infinite. Peter Zumthor e John Pawson ad esempio, mi sembra che parlino una lingua meravigliosa, semplice ma ricchissima di senso. E la loro essenzialità formale si traduce in spessore etico contro l’imperativo del consumo inutile a tutti i costi. E’ la rivoluzione minimalista che ritorna a salvarmi dal soffocamento per indigestione.
venerdì, ottobre 27, 2006
Modernità in rovina

L’immagine più straordinaria che ho saputo scovare fino ad oggi nel labirinto smisurato della Rete è una fotografia di architettura. In questa foto si vede una delle Houses di Peter Eisenman – le leggendarie abitazioni private progettate dal geniale architetto americano durante gli anni Settanta – in completo abbandono, con le mura scorticate dalle intemperie e dall’incuria. Mi pare che dentro questa immagine agisca un potentissimo cortocircuito. La costruzione di Eisenman – esempio altissimo di ricerca postmoderna, al tempo stesso denso nodo teorico e miracolo visivo – caduta in rovina come se fosse una qualunque catapecchia ottocentesca. Mi ha stupito moltissimo vedere una struttura del genere – sempre ritratta sopra le pagine delle riviste alla moda nello splendore di una forma perfetta, con la riverenza che compete ad una vera e propria icona del nostro tempo – precipitata nella trascuratezza più assoluta. Mi ha fatto pensare all’impossibilità di sfuggire al lato debole del mondo, quando la caduta si verifica a dispetto di tutte le tue fatiche, come un insulto finale al vigore che aveva animato la tua opera. Rischio. Inutilità. Fallimento. Le strutture decadono, si sgretolano, perdono coerenza e significato. A questo ho pensato per due notti di seguito, scavando varchi dentro il sonno, con il desiderio di svegliarmi in un luogo differente da quello in cui mi ero addormentato.
martedì, ottobre 17, 2006
TRENTUNO
Ottobre per me è sempre stato il mese delle aperture a rotta di collo verso il futuro. Ma resistono - o meglio, appaiono all’improvviso - delle aperture disposte all’indietro verso una investigazione della memoria. Forse questi sentieri dentro la coscienza dell’invecchiamento si rendono visibili grazie all’ascolto ripetuto di vecchi album di Laura Nyro (Gonna take a miracle con le formidabili Labelle e poi anche il commovente Eli and the Thirteenth Confession ) con tutto il loro intatto potenziale di felicità e redenzione. La felicità, appunto. Torna l’aspirazione ad una pura gioia. Una tentazione che ha il profumo di una promessa non mantenuta. Bruciano le canzoni della Nyro e mi portano a danzare mentalmente all’indietro dentro la mia stessa città. Ritorno alle immagini del quartiere dove sono stato il piccolo studente infreddolito, appesantito dalla cartella, in corsa verso il portone della scuola elementare. Anni dopo mi rivedo pensoso e infelice catturato in quella cara, differente stanza sospesa sul fiume, in compagnia dei dischi di vinile. In una certa fase della mia adolescenza le pareti bianche della mia camera erano tappezzate dai ritagli delle riviste rock. Scrivevo a pennarello sopra il legno della libreria le frasi delle canzoni che mi piacevano di più. Una vertigine di esistenza giovane. Ritornano a folate con il vento di ottobre queste memorie, forse favorite anche dalla recente visione dello stupendo Miami Vice di Michael Mann. Film di paesaggi tempestosi, con aerei che bucano nuvole stratificate e corpi in azione dentro percorsi del crimine globalizzato, ci mostra la sofferenza scritta dentro l’architettura dei palazzi e poi disciolta in una logica di dominio economico senza frontiere e pervasivo ad un massimo grado di inquinamento della realtà (e in Italia, proprio in questi giorni, sta esplodendo il caso di Gomorra, libro-viaggio dentro la camorra del coraggioso Roberto Saviano). Film di un realismo struggente, però ridisegnato mediante una scrittura digitale spettacolare per concisione. Guardandolo ho provato delle emozioni davvero al passo con qualunque caduta possa verificarsi dentro le nostre straordinarie stagioni. Le geometrie del complotto lasciano esistere una promessa di felicità, l’utopia di un filo di calore in noi che potrebbe mantenersi tale anche alle più fredde temperature.
lunedì, settembre 25, 2006
TRENTA
Sono senza peccato. Quindi adesso scaglierò la prima pietra e la seguirò con lo sguardo. La vedrò bucare la finestra della mia camera, lo schianto dei vetri suonerà fragoroso in tutta la strada dentro al silenzio delle tenebre, poi la vedrò sollevarsi in alto, volare come se fosse alata, un corpicino fatato, un messaggero che deve portare una notizia importante corre verso la luna, supera le zone della periferia, sorvola la campagna vuota, i boschi con gli alberi fitti a proteggere i segreti dell’oscurità perenne, passa sopra l’antico buio dei maghi e delle paurose favole per terrorizzare i bambini, ma torniamo a seguire la pietra, nella luce lattea dell’alba sfreccia come una promessa del nuovo giorno e del mio desiderio, scende in virate acrobatiche a toccare quasi la superficie dell’oceano, sembra destinata ad inabissarsi ma poi risale di colpo proprio quando pareva condannata a pesare, quando sembrava dovesse riacquistare tutto il peso del mondo, e invece resiste, continua a volare e perde ogni memoria della mano che l’ ha lanciata in questo viaggio a rotta di collo, in rotta di collisione con la lentezza degli umani posati sulla pelle del globo che ruota nello spazio nero stracolmo di energia.
sabato, settembre 16, 2006
VENTINOVE
Fantasmi della carne. Continuano a trionfare in alta definizione dentro il mio teatro personale. Sono fantasmi del desiderio biologico, specchi del fallimento di Casanova, conferme che il tempo rimasto non è mai molto: c’è sempre un fuggire delle occasioni, una deserta zona che mi aspetta. Fantasmi dell’accoppiamento, purtroppo si risolvono sempre in un semplice sovrapporsi dei corpi, nell’attrito delle epidermidi che da sole non garantiscono nessuna profondità, nessuna durata dentro la fuga delle correnti, nessuna vittoria che potrei chiamare definitiva. Anzi, sale il dubbio della perdita radicale, anche nello splendore dei colori, nella tessitura dei paesaggi, nella fresca ventata che entra a scompigliare le carte sopra il mio tavolo. Per poi scoprirmi invecchiato, indebolito, in preda a vuoti di memoria riempiti dalla spazzatura televisiva di cui troppo spesso mi nutro. Dovrei dormire e tentare in sogno di catturare quello che in veglia non riesco a trattenere. Dovrei smettere di sentirmi al centro del mondo, aggrappato ad una zattera di legni inceneriti, scampato alla strage solo per precipitare ancora più in basso. Di tutti gli accoppiamenti solo il ritmo dovrei salvare. La scansione dei respiri e il battere delle ossa.
martedì, settembre 12, 2006
VENTOTTO
Anche il desiderio più ardente, il salto più alto dal trampolino, la capriola veloce con la chiusura perfetta prima di entrare nell’acqua, anche queste magie supreme non hanno potuto impedire il mio invecchiamento repentino. Se mi guardo allo specchio, nella luce di questo pomeriggio ancora estivo e confortante, vedo un anziano signore con la faccia scavata dalle rughe: tracce così fitte che disegnano una mappa alternativa della mia esistenza. Cammino da una stanza all’altra appoggiandomi al bastone. Se evito di cadere a terra mi siedo spossato sopra la comoda poltrona di velluto blu. Mi pare di avere smarrito il fuoco che in passato camminava sempre con me. Non ho più la capacità di interpretare il nastro nero della strada mentre si dipana davanti ai fari dell’automobile. Non riesco a leggere il futuro del pianeta facendo scorrere i granelli di sabbia nella clessidra che tengo sul comodino, non so immaginare una vita sentimentale diversa che potrebbe impossessarsi di me da un attimo all’altro. Un tempo ero capace di questi ed altri prodigi. Oggi devo fermarmi a riposare ogni dieci passi e il prossimo movimento potrebbe gettarmi nel vuoto, dentro la nostalgia di una stagione selvaggia.
giovedì, settembre 07, 2006
VENTISETTE
Non mi aspetto di venire compreso da voi fino al midollo, fino alla folata di vento che scompiglia le carte e se le porta via per sempre. Non mi aspetto che possiate raccogliere il fluire delle aspirazioni, il trionfo dei desideri carbonizzato, lo sconforto di scoprirsi portati ad una misura di nulla. Lo so bene. Potreste leggere per un tempo immane senza percepire quello che sono stato, quello che ho inseguito. Non sentirete mai il profumo dell’illusione sempre rinnovata che mi ha fatto da stella polare: in cerca di un superamento, in perenne affanno mentale, buffone, mi sono calato a pulire le pareti del vulcano, idiota, mi sono perduto nel dettaglio splendido che mi restituiva con nettezza suprema un senso di presenza, un’ ebbrezza di comprensione che durava il battito del pugno sul tavolo, il tempo di gettare uno sguardo indietro per domandarmi: davvero sono stato questo giovane sconosciuto, questo ingenuo dilettante, il mangiatore di unghie, l’innocuo personaggio pieno di nostalgie per una età dell’oro mai esistita?
domenica, settembre 03, 2006
VENTISEI
Contro la semplice apparenza e la recita che mi trovo a costruire quasi sempre davanti agli estranei e anche davanti agli amici - per non offendere la loro buona disposizione verso di me - contro l’immagine che è necessario offrire nella società del progresso continuo e del successo ad ogni costo presso i luoghi di moltiplicazione della finzione stessa dentro i mezzi di comunicazione di massa, contro la regola di sopravvivenza che imporrebbe di non deprimersi troppo per non abbassare le proprie difese immunitarie, contro questi imperativi del tutto superficiali devo ammettere di essere invece spesso convito della nullità della mia azione dentro il mondo sia per cambiarlo (cosa ovviamente del tutto impossibile, anche nel mio piccolissimo quotidiano, anche partendo dal raggio d’azione microscopico di ogni giorno) sia per sopportarlo (sforzo ormai sovrumano e comunque superiore ad ogni mia risorsa). A questo rendiconto negativo devo aggiungere una fosforescente consapevolezza di fallimento intimo, tanto doloroso e potente da trasformarsi alla fine del bilancio in una sostanza quasi vittoriosa: malgrado tutti i disastri in cui mi trovo, continua a sventolare in mezzo alle tempeste il vessillo stracciato con sopra scritto in bella calligrafia il mio nome.
giovedì, agosto 31, 2006
VENTICINQUE
La solita villa in cui entrano i soliti killer spietatissimi per torturare fino alla morte le sventurate vittime l’intera famiglia esposta ai rischi della brama di oggetti e insomma è necessario comprare e quindi accumulare patrimoni in qualsiasi maniera da sottrarre ai legittimi proprietari e poi non scherziamo per il gran finale è meglio tagliargli la gola e lasciarli sul pavimento come bambole di pezza giganti con i liquidi opachi in uscita dai corpi sarà un bel lavoro per la polizia scientifica recuperare qualche frammento qualche impronta una briciola di verità sulla scena del crimine che possa portare a svelare gli scatenamenti della criminalità globalizzata e le frustrazioni supercompresse degli assassini psicopatici quando è chiaro che la realtà in questi anni imita i film di qualità visiva sbalorditiva e la migliore televisione poliziesca spietata dove la violenza è un sublime elisir un effetto speciale sentimentale un’atmosfera di fondo su cui si stagliano le figure dell’investigatore con i suoi assistenti e tutti sono presi in una danza in un gioco delle parti che nei laghi di sangue e nelle provette per le analisi del dna alla fine potrebbe calare il sipario mentre l’occhio dall’alto plana sul cimitero dove stanno seppellendo i caduti sotto i ferri della banda rivale o sotto i colpi degli usurai scatenati e dall’altra parte dello schermo potrebbe esserci l’esecuzione dei colpevoli impiccati come ai vecchi tempi o ancora più indietro nel tempo legati ai cavalli e squartati in piazza per il divertimento della folla immensa accorsa a godersi lo spettacolo che finisce nel solito modo parecchio spiacevole.
domenica, agosto 27, 2006
VENTIQUATTRO
L’energia contenuta in un piccolo evento – il piegarsi dell’erba ai bordi della piscina vuota, il riflesso deformato delle labbra di Lavinia sopra il bordo del bicchiere, un lampo di tempesta penetrato stanotte in camera attraverso le persiane sbarrate – si moltiplica e rinasce dentro scenari più grandi, e forma un’onda d’urto che può cambiarmi la vita. Anche io stento a crederci – devo ripetermelo infinite volte per non dimenticarlo – eppure ogni istante è vivo, potenzialmente rivoluzionario, un’esplosione di energia capace di modificare in modo radicale le condizioni di esistenza. Si tratta di interpretare questi eventi: dovrei riuscire a sottrarli alla muta catena delle ripetizioni quotidiane per inscriverli dentro un più ampio campo di forze attivo e imprevedibile. Nostalgie che ritornano a bruciare a distanza di anni, parole non dette delle quali oggi sento la mancanza, impulsi ingovernabili che mi spinsero a compiere quella sconsiderata azione di cui in seguito mi sono pentito. Figure della transitorietà esposte al mio inadeguato giudizio. Cerco di avanzare nella foresta delle occasioni ma troppo spesso perdo di vista i punti di riferimento. Devo riconoscere che non è sempre facile attribuire un significato agli eventi in nostro possesso.
sabato, agosto 26, 2006
VENTITRE
Spesso durante questa piovosa estate mi ha colto il desiderio di non possedere più un corpo. So che potete capirmi. Non avere il corpo, essere puro spirito, una materia senza il fardello delle tentazioni che necessariamente vi attaccano se siete in possesso di un corpo. Pura energia. Pura curiosità senza peso. Potrei esistere da un punto all’altro dello spazio senza restrizioni. Potrei balzare all’istante in un luogo – o in un tempo - solo pensando di essere là. Magico. Sarebbero finite tutte quelle gravi ossessioni generate dal corpo altrui. Il fantasma della carne potrebbe splendere in alta definizione senza causarmi nessun turbamento, nessuna febbre: brillerebbe solo per gli altri, io sarei diventato immune al richiamo. Alleggerito. Senza peso. Incorruttibile. Catene spezzate. Pura volontà. Questo è il sogno di una libertà totale, biologica, niente a che vedere con le rivoluzioni calate dentro la civilizzazione. Ma se ci penso meglio, qualche dubbio affiora. Sarebbe davvero la fine del desiderio? Oppure segnerebbe il passaggio ad una differente nostalgia dell’altro ? Libero dalla schiavitù della gravità terrestre, sprovvisto di istinti violenti, sollevato dal dovere di invecchiare, privato dell’obbligo di offrire un’ immagine sempre giovane e vincente, quali altre inedite condanne colpirebbero la mia nuova condizione ? Non credo di ricevere le risposte stanotte. Dovrò attendere un po’ più a lungo.
venerdì, agosto 25, 2006
VENTIDUE
La casa brucia. Le pareti di legno crepitano, sfrigolano, si anneriscono, brillano, si inceneriscono. Tutti i mobili prendono fuoco. Le sedie, le poltrone con la tappezzeria a fiori, i tavoli con sopra i miei strumenti da lavoro, il pavimento stesso si infiamma e produce lingue di fuoco alte tre metri che oscillano seguendo un tempo irregolare ma efficace nel suo canto di distruzione assoluta. Le tende fatte di pesanti stoffe - dovevano celarmi allo sguardo dei curiosi - adesso bruciano e si avvitano su sé stesse per poi crollare a terra dove sono definitivamente consumate da altre ancora maggiori temperature. Le pareti stracolme di libri ardono. Centinaia di migliaia di pagine prendono fuoco nel medesimo istante e sprigionano una luce accecante. Tutti i volumi collezionati attraverso anni di cura e attenzione ora si corrodono e avvampano e si sbriciolano in frammenti pulsanti, vivi di una incandescenza quasi allegra. In mezzo a tutto questo immane calore ci sono io. Immobile. Ghiacciato. Fermo a riflettere. Perfettamente calmo. Circondato dalle pareti di lava e poi avvolto dalle fiamme, mantengo sempre il mio cattivo umore, la mia malinconica disposizione che oggi mi tortura più dell’incendio devastante che porto in un angolo della mente congelata.
sabato, agosto 19, 2006
VENTUNO
Ho comprato per la prima volta Station to Station di David Bowie nel 1976, l’anno in cui uscì. All’epoca ero un appassionato del Duca Bianco, esattamente come lo sono oggi. Acquistai il disco di vinile, il giurassico trentatré giri, con la stupenda copertina modernista che mi affascinò almeno quanto la musica contenuta dentro i solchi. Lo ascoltavo nella mia stanza situata in alto, con vista – parziale, purtroppo – sull’Arno e sugli Uffizi. Ricordo di avere trascorso lunghi periodi immerso nei battiti e nelle romantiche folate di quelle canzoni così eleganti e stilizzate, calde e fredde al tempo stesso, ideali per fantasticare ad occhi aperti sopra le sorprese che il futuro mi avrebbe riservato. Qualche punta di malinconia collocata nel giusto spazio. Preferivo ascoltare il disco di sera: mi pareva che fosse stato composto secondo uno spirito notturno e volevo essere fedele all’idea complessiva dell’opera. Guardando attraverso i vetri della finestra mi lasciavo ipnotizzare dai riflessi dentro l’acqua scura punteggiata di luci in flebile oscillazione. Altre volte la pioggia sembrava incidere la materia stessa del fiume trasformandola in una sorta di opaco metallo liquido. Insomma sono stati dei bei momenti di solitudine. Alla bellezza dei pezzi si sommava l’alone mitico dell’ Uomo che cadde sulla Terra, anche il film mi piacque moltissimo. Ho comprato da pochissimo la versione in cd, rimasterizzata. Devo dire che assolutamente niente dell’incanto originario di queste musiche è andato perduto. Ancora adesso le canzoni scintillano come cristalli dal design avveniristico, la voce di Bowie accompagna i miei pensieri dentro città e foreste. Ho un po’ meno futuro davanti a me, sono invecchiato. La musica invece- come accade con le opere riuscite – mi pare fresca e commovente come appena creata. Trenta anni fa. Le copertine brillavano nelle vetrine dei negozi di un tempo. Ma il treno si sta rimettendo in movimento. Da stazione a stazione. Prende velocità e attraversa memorie, tempi, gusti, cambiamenti, rivoluzioni svanite.
domenica, agosto 06, 2006
VENTI
Mi è capitato una settimana fa di rivedere in dvd – dopo moltissimi anni dalla prima volta – il film All that jazz di Bob Fosse, anno di grazia 1979. Me lo ricordavo bello, rivedendolo mi è sembrato bellissimo. E mi pare anche che oggi lo si possa considerare come una sorta di opera – ponte tra epoche differenti, situata sull’esatto crinale di una trasformazione della società e dei comportamenti. Un film testamento che chiude un’epoca e al tempo stesso una pellicola profetica che annuncia le nuove forme che stanno arrivando. Nel bilancio esistenziale del coreografo/regista interpretato da Roy Scheider (maschera esplicita, per stessa ammissione dell’autore, di Fosse stesso) si sente - o meglio, si respira - la nostalgia per gli eccessi degli anni Settanta del secolo scorso: quella libertà di seguire i propri demoni (artistici o sessuali, non c’era poi una grande differenza) senza preoccuparsi delle convenienze e dei limiti sociali che è durata pochissimo in fin dei conti, un fuoco d’artificio partito dalla fine dei Sessanta e spentosi dopo una dozzina d’anni vissuti però a perdifiato. E proprio il ritmo del film, in particolare il montaggio visivo dei risvegli di Scheider, scanditi dal rituale fisico – collirio dentro l’occhio spalancato, doccia, assunzione di pasticca di anfetamina – adesso splendono per l’energetica sferzata che solo una utopia tramontata può offrirci. La frenesia creatrice del protagonista, in amore e sul palcoscenico, brucia la vita stessa ma la porta ad una profondità di significato oggi sconosciuta. E tutta la parte terminale del film, struggente (molte le citazioni del Fellini di Otto e mezzo) con le sequenze dei balletti strepitosi che sono la materia stessa dell’autoanalisi del protagonista sul letto di morte, è un viaggio a capofitto dentro il decennio successivo. Una anticipazione dolorosa di quegli anni Ottanta che sostituiranno l’ossessione dell’autenticità personale con il mito del denaro e del lusso come stile unico di vita. Non conta più riuscire a esprimersi attraverso una lingua autentica, stanno arrivando i tempi della celebrità virtuale tutta consumata dentro l’adorazione dei mass media. In All that jazz vedo molto chiaramente – con l’occhio/consapevolezza di oggi – il flusso di rimpianto per la libertà passata schiantarsi contro la logica del successo di mercato a tutti i costi che sta calando come un pesante cielo di piombo. Un capolavoro che vi consiglio di riconsiderare.
venerdì, luglio 28, 2006
DICIANNOVE
In che razza di naufragio mi sono trovato ? In quale oceano mi sono perduto ? Eppure stando qui, disteso sopra la sabbia di questa isola, accecato dal sole che picchia duro, in completa solitudine, lontano migliaia di chilometri dalla nazione in cui abitavo, non avverto nessuna nostalgia della mia vita precedente. Anzi, mi sento rinascere, mi pare di guadagnare – attimo dopo attimo, onda dopo onda che viene a battere sulle gambe abbandonate dentro l’acqua – una consapevolezza del presente particolarmente felice, come se il tempo adesso si schiudesse alla possibilità di recuperare una lucidità di sguardo sopra il verde della vegetazione splendente, dentro il blu delle maestose ondate srotolate sotto i miei occhi socchiusi per proteggermi dal riflesso intensissimo. Nessuna disperazione. Brillo di solitudine anche di sera, quando il buio cala lento dopo uno spettacolo di tonalità azzurre e rosa sfumate in sottilissime variazioni che mi generano una grande commozione. Sembra un destino benigno quello che mi ha gettato su questa isola. Sfuggito alla tempesta. Miracolato. Vivo. Per la gioia mi metto a ballare come uno sciocco per lunghi minuti, costruisco tutto un teatrino di saltelli, pose graziose e inchini finali di ringraziamento per un pubblico immaginario che applaude. Il loro entusiasmo è così fragoroso da superare – per un attimo magico che mi fa lacrimare di soddisfazione - il rumore del mare.
sabato, luglio 22, 2006
DICIOTTO
Tagliato fuori dalla bellezza. Strappato al regno delle esperienze di altitudine, quando potevo sorvolare da una grande quota - e abbracciare con lo sguardo riconoscente - le distese del territorio che avrei poi percorso a piedi per verificarne i dettagli. Isolato dal fluire dei progressi impercettibili, dal movimento vitale delle interferenze, delle sovrapposizioni che si sommano attimo dopo attimo a costruire un mosaico gigantesco, escluso dalla gioia delle improvvise virate, quando la rinfrescante rivoluzione giunge a sorpresa a scombinare le carte dei grandi conservatori e delle vecchie generazioni ammuffite. Ma oggi anch’io sono pietrificato. Il vento è calato e adesso nella baia abita una calma sovrannaturale. Il buio si avvicina. La memoria è esplosa in tante schegge ormai prive di significato. Mi sento il reperto fossile di un’età scomparsa. Il residuo bizzarro di un’epoca tramontata che nessuno in futuro vorrà studiare. Ma se chiudo gli occhi e allungo il braccio fuori dalla barca, lasciando scivolare la mano nell’acqua, mi sento subito molto meglio: mi pare che dal mare salga un’ allegria frizzante che mi salva ancora una volta dai soliti abissi in agguato.
domenica, luglio 16, 2006
DICIASSETTE
Voglio mettere uno accanto all’altro due elementi di esperienza personale. Cosa c’entra il fatto che io riesca a realizzare materialmente non più del tre per cento dei quadri che disegno sui miei taccuini con la scarsa attenzione che si presta nella pratica quotidiana alla disciplina sublime della filologia (intesa nel senso migliore : amore per il significato originario delle parole) ? In apparenza si tratta di due fenomeni parecchio distanti. Mi rendo conto. Eppure ho il sospetto che si possa tracciare un filo rosso che in qualche modo li unisca. Sono sempre distratto ed assordato dal rumore della comunicazione globale, incessante, pervasiva, torturante. Prendo per scontato il significato dei termini che uso quando parlo e leggo. Non mi faccio domande sulla purezza semantica contenuta dentro le parole della mia lingua, non mi interrogo sulla scintilla iniziale che questi segni possedevano in tempi remoti quando ancora erano parole giovani all’inizio della loro avventura. Sono pigro e ormai abituato a non scendere nel profondo. Vivo in un presente opaco che può offrire pochi significati per volta. Ho perso la capacità di navigare dentro le trasparenze del linguaggio, muovendomi da un livello all’altro, da uno strato all’altro dei sensi che si sono generati attraverso le esperienze e gli usi, dall’attrito delle parole con la materialità del mondo. Sono condannato ad sorta di monotonia mentale. Una prigione, una dimensione da incubo non meno terrorizzante dei corridoi abbandonati e minacciosi del film Silent Hill (tanto per fare riferimento a qualcosa che appartiene alla stratificazione dei linguaggi : videogiochi e cinema). Per questo non riesco a dipingere tutti i quadri che vorrei. Sono appiattito dentro una paralisi della volontà. Sono stregato da una piattezza di orizzonti. Ho perduto l’abilità (ma l’ ho mai posseduta ?) di saltare attraverso dimensioni differenti, alla ricerca di una purezza ancestrale - probabilmente illusoria - ma comunque salvifica anche se inseguita come meta irraggiungibile, come vivo stimolo a non farsi rinchiudere dentro un corridoio senza vie d’uscita.
sabato, luglio 08, 2006
SEDICI
Potrei dire di essere un buono a nulla. Ma anche questa - ad essere sincero - è un’ attività non facile per me: è molto complicato fare nulla, annientarsi dentro un’azione che possa cancellarti mentre continui ad esistere, a pesare, a pensare (purtroppo capita di insistere a ragionare, anche quando non vorresti proprio pensare a niente). La memoria definisce la mia identità attimo dopo attimo, non funziona solamente come un archivio di esperienze chiuse ma dà forma alla mia percezione del presente, così il carnevale degli anni continua ad operare strane metamorfosi. Per fortuna ho la facoltà di dimenticare innumerevoli informazioni, la mia è davvero una mente che cancella. Volti, viaggi, titoli di canzoni, storie di film, indirizzi, errori, piccole vittorie, serate trascorse con amici, perfino la consistenza di una pelle accarezzata, addirittura la vertigine sublime di un bacio imprevisto che mi capitò di dare al termine di pomeriggio estivo pigro senza storia. Tutto in cenere, tutto polverizzato ed irrecuperabile dentro la mia mente disordinata, negatrice di vita. Tento di consolarmi di queste dolorose perdite ripetendomi che l’oblio è necessario, è un male inevitabile: serve a fare per spazio a nuovi ricordi che arriveranno. Ma è una consolazione che io per primo sento suonare malinconica. Al tempo stesso non vorrei proprio essere capace di ricordare tutta la mia vita. Impazzirei dopo un minuto.
sabato, luglio 01, 2006
QUINDICI
Arriva la perdita del senso a ricordarmi quando esile è il filo che ci tiene legati alle nostre stesse esperienze, valutazioni, giudizi. Parametri variabili. Non si tratta di costruzioni monolitiche, blocchi di granito che segnano il paesaggio. No. Piuttosto sono liquidi materiali sospesi dentro i pensieri, materie cangianti collegate ad altre schegge in esplosione, come potete vedere nei progetti dell’architetto (ma il maschile inganna, è una donna, ma chiamarla architetta mi suona troppo buffo) Zaha Hadid, di cui si apre in questi giorni al museo Guggenheim di New York una – pare straordinaria – mostra che purtroppo io non vedrò perché resterò sempre qui, lungo tutta questa estate già rovente e incattivita, in città a fare il mio lavoro. Strutture raccontate in movimento, nell’atto stesso di disintegrarsi ed acquisire una nuova identità, un reticolo mirabile di equilibri frantumati eppure al tempo stesso solidi, proprio come immaginiamo l’intreccio dei neuroni che costituiscono la materia pensante. Progetti fragili e imbevuti di una intensità suprema. Se la malinconia estiva mi trafigge, mi basta sfogliare un catalogo della Hadid per sentirmi meglio. Direte che mi accontento di poco. Non è vero.
mercoledì, giugno 28, 2006
QUATTORDICI
Nella sovrabbondanza di visioni, oggetti, comunicazioni, pubblicità, progetti, che ogni minuto mi assediano è chiaramente contenuto un possente dispositivo di manipolazione. Alla massa oceanica delle offerte che mi colpiscono corrisponde una reale possibilità di accedere a questi percorsi ? Temo che nell’età della manipolazione in cui ci troviamo a nuotare, le effettive probabilità di accedere ad una pienezza di esistenza siano sempre più ridotte. E poi si tratta – anche nel più fortunato dei casi - di una pienezza oggettuale, concreta, costruita soprattutto dall’ammasso degli oggetti che compriamo e rapidamente dimentichiamo. Un orizzonte quantitativo piuttosto che qualitativo. Sono prigioniero di un raggio di azione limitato ad un territorio superficiale. La profondità del senso, il valore della ricerca individuale, il silenzio, lo spazio vuoto mentale indispensabile alla riflessione, scarseggiano. Allora mi torna in mente, come una luminosa possibilità, il motto less is more che dal piano estetico (architettura, arte minimalista) si riverbera dentro un sogno di vita migliore. Vorrei essere capace di costruire molto con poco. Usare minimi elementi per tracciare un paesaggio più intenso. Piccoli tocchi là dove è necessario. La forma purificata ad un grado che possa migliorare anche il mio stile di vita.
sabato, giugno 24, 2006
TREDICI
Questo è il numero tredici. Qui si apre la fossa, la voragine senza fondo si spalanca per risucchiarmi dentro le viscere della terra. Con questo numero la fortuna si muta in sventura, e posso dire addio ad una prospettiva di rinnovamento, addio ad ogni progetto di volo. Qui l’orizzonte si abbassa fin quasi a schiacciarmi. Adesso è difficile anche solo immaginare il salto mortale che possa ricondurmi a respirare fuori dal piombo, dalla polvere, dai chiodi che trafiggono il giorno e sembrano ridurlo ad una dura noce di insoddisfazione. Ovunque guardo trionfano il fallimento e l’autocritica. Oggi è la cerimonia del fatale declino. L’estate del mio sconforto è appena cominciata. Mi sento vecchio, appesantito, schiaffeggiato, immiserito e senza voglia di riscossa. Spinto ai margini, condannato all’invisibilità. Tenuto fuori dal cerchio magico del caldo successo in cui nuotano i miei odiosi rivali, coperti di falsi onori e arrampicati sopra troni dorati che non gli spetterebbero. E con il vento che tira, stanotte la nave fantasma si schianterà sopra la scogliera, e questa ridente cittadina sarà invasa dalla nebbia, poi dalla foschia uscirà una massa di zombie incazzati in cerca di vendetta. (Devo proprio dirvelo ? The Fog, del grandissimo John Carpenter).
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